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Circa
il buon operato del Principe Carafa, evidenziato da diversi autori,
il Russo-Ferruggia, invece, traccia una figura diversa dall'uomo giusto
e buono finora conosciuto mostrandocelo tutt'altro che uno stinco di
santo. Siamo troppo lontani nel tempo da quando si svolsero i fatti
lamentati dal nostro autore; ed allo stato attuale delle conoscenze
è impossibile verificare la tesi del Russo-Ferruggia. Impossibile
anche perché l'autore è avaro nel citare le fonti bibliografiche
rendendo così più difficile la ricerca. Ma veniamo alla
questione. Il Principe don Giuseppe Branciforte, fondò il "Monte
Cappellone" ossia il "Cappellone di Santo Stefano", che
comprende l'altare maggiore ed il transetto della chiesa del Carmine,
dotandolo di un patrimonio il cui valore superava ottantaseimila onze.
Il Russo-Ferruggia afferma: "I beni lasciati al Cappellone, comunque
informanti il libero patrimonio, non lasciavano di essere feudali, ed
i giurati ch'eran deputati ad amministrarli, avrebbero dovuto immettersene
in possesso, e secondo la ritologia di quell'età, dovevano provvedersi
delle cosiddette lettere di manutenzione e possessione che si spedivano
allora dalla Gran Corte Civile di Palermo; avrebbero dovuto fare il
rivelo per questa successione, pagarne il fisco e prenderne di quei
beni l'investitura. Tutto si omise dai deputati, sia per ignoranza,
sia per noncuranza, sia per non disgustare il barone successore, sia
per qualsivoglia altra causa che ignoriamo. Niuno ignora la prepotenza
feudale, ed il dispotismo dei baroni, prepotenza e dispotismo che loro
venivan garantiti dall'esercizio del mero e misto imperio. Egli usurpò
l'intero patrimonio del Cappellone; e ch'era un usurpatore egli non
l'ignorava. Difatti colpito dal rimorso di sua coscienza, nel 1680 si
dichiarò debitore del Cappellone in somma di once ottomilacinquecento
e rotti; e fu a stipolare una soggiogazione a prò del medesimo
in somma di once quattrocentoventicinque annue per atto di notaro: soggiogazione
che né lui né i suoi successori vollero pagare. Il Carafa
era un uomo bizzarro, rappresentava diversi caratteri. Di fatti fabbricava
a sue spese il collegio gesuitico e lo dotava, lo provvedeva di paramenti
e di vasi sacri; fondava nel pari nel medesimo Comune di Mazzarino il
Convento dei PP. Minori Osservanti Riformati, ed in Militello Val di
Noto (oggi Val di Catania), fondava un monastero dei Cassinesi, ossia
dell'Ordine di S. Benedetto, che anco dotava. Ei non mancava di sgherri.
Soprattutto contava sul famoso caporal Marino, uomo facinoroso; Ei figurava
da letterato. Debiti non ne pagava; insomma era un misto di virtù
e di vizi. In cotal modo illudeva se stesso, ed intendeva illudere la
gente dabbene. Egli si morì, senza disporre che si fossero pagati
i di lui debiti. Il di lui successore fu Vincenzo Carafa suo fratello,
principe della Roccella. Questi, degno successore del defunto fratello,
non pagò la soggiogazione dovuta al Cappellone. Sorse intanto
lite per quella eredità da parte di Niccolò Placido Branciforte
conte di Raccuia, il quale sosteneva dover egli, qual principe di Butera,
succedere al patrimonio feudale, perché agnatizio. Alla perfine
il Branciforte ed il Carafa vennero a patti; ed il 18 giugno 1707 fu
stipolata transazione né rogiti di notar Miceli di Palermo "
(la vertenza si protrasse ancora). A questo punto, anziché esprimere
dei giudizi che potrebbero apparire preconcetti, per amor di giustizia
si fanno seguire (aprendo così la serie) alcuni disposti contenuti,
nel testamento inedito di Carlo Maria Carafa, da cui si scorge un netto
contrasto tra quello affermato dal Russo-Ferruggia, e la volontà
espressa dal Principe incriminato. " Item lascio, voglio, ed ordino,
(così risulta scritto tra le pagine 11 e 12 del testamento) che
subito seguita la mia morte debbiano il mio herede universale ed il
particolare con la consulta d'un Provinciale Gesuita ed altro Cappuccino
fare con ordine circolare per tutte le terre, e luoghi dé miei
stati esistenti nel Regno di Napoli e Sicilia nel quale dimandi perdono
da mia parte a tutti i miei vassalli, quali Dio sà se l'ho stimati
ed amati da figli di tutti i mancamenti e difetti, che per ignoranza
o altro havessi commesso a loro danno ecc. ecc. Item ordino e voglio,
che detto mio herede universale fra il termine d'un mese, debba far
rivedere dalli tre presidenti di Giustizia, Patrimonio e Concistoro
l'accordio fatto tra me ed il Cappellone di S. Stefano del Mazarino
e quello loro diranno havuto il riguardo alle mie ragioni e pretenzioni
l'eseguisca, pagandogli tutto quello forse resterà creditore
in tempo di mia morte e questo s'intenda nel caso non l'havessi io fatto
rivedere ed aiustare in vita". Il testamento continua: "esecutori
testamentari: Vice Re di Napoli e Sicilia; la Principessa Isabella d'Avalos
(moglie del Carafa); il Cardinale Don Fortunato Carafa; il presidente
del Consiglio della Giustizia e i Regi fiscali di Napoli e Sicilia,
incaricando e pregando tutti loro a compiacersi coscientemente di fare
eseguire ed osservare quanto disposto nella sua ultima volontà
data nel Mazarino il 21 novembre giorno della presentazione di Maria
Sempre Vergine del 1690, i quali oltre il merito che riscuoteranno presso
Dio benedetto faranno pure un'azione grande e lodevole". Ma il
testamento non finisce qui. In contrapposizione ai " debiti che
non pagava ", a pag. 13 e 14 sta scritto: "Item lascio ed
ordino al mio herede universale, che de nomi di debitory che vi saranno
nella mia eredità debba rilasciare e donare a più poveri
d'essi la somma di scudi duemila ecc.". Si deve però convenire
con il Russo-Ferruggia, che almeno in fatto di incoerenza il Principe
non era assolutamente immune e ciò, anche, in contrasto con la
sua stessa sbandierata umiltà. Infatti, come si può evincere
dalla lettura della minuziosa descrizione della cosiddetta "Solenne
cavalcata" per la presentazione, il 2 febbraio 1684, in Roma, della
Chinea, il Carafa, coglie l'occasione per sfoggiare uno sfarzo ed una
pompa da far sbalordire perfino la più cospicua nobiltà
romana invitata alla cerimonia. Si legge, inoltre, nella cronistoria
del terremoto del gennaio 1693 a Occhiolà : "Ai primi di
aprile il Principe annuncia la sua venuta, mandando anche un superbo
padiglione da campo che viene eretto a mò di Reggia Prov-visoria:
l'ammirato padiglione aveva: l'ossatura di legname; intilarato di bacchette
e di fora foderato di tela verde incirata. Fu portato con tre scale
di lettica e seco venendo li medesimi Maestri per congiungerlo di pezzo
in pezzo; onde si vidde eretta una bella Camera, larga di 16 palmi di
quadro, di damasco rosso apparata, con quattro concertate segge, d'un
magnifico letto, con suo buffettino e due finestre con sue vitriate,
degno da guardarsi". E' chiaro, quindi, che "il principe intende
mantenere i ruoli reciproci e stupire". Ritornando al monastero
di S. Benedetto in Militello, ed al Russo-Ferruggia, si deve dire che
anche quella è una notizia probabilmente non vera. Infatti, essa
trova netto contrasto con quello che sta scritto a pag. 94 della "Antologia
Militellana" del Sac. D. Mario Ventura dove tra l'altro leggiamo:
"Francesco Branciforte... decise, poi, nel 1616, insieme con la
moglie Giovanna d'Austria, la costruzione della chiesa e del convento
di S. Benedetto, edifici solenni dalle facciate di viva pietra e dalle
poderose membratura che non furono distrutti dal terremoto del 1693...".
Per quanto concerne il fratello Vincenzo, si deve precisare che: i coniugi
Principe Don Fabrizio Carafa e Donna Agata Branciforte, generarono i
seguenti figli: Girolamo, Carlo, Ilario, Simone, Margherita, Diana,
Francesca e Giulia. Girolamo morì prima del padre, Ilario e Simone
morirono quando erano ancora giovanotti; Margherita, Diana e Francesca
si fecero monache. Giulia, in un primo tempo era stata destinata a sposare
uno zio paterno, Don Fortunato Carafa; ma poiché questi era Cardinale
di Santa Chiesa, il Papa Innocenzo XI non volle concedere la dispensa.
Essa pertanto andò sposa al cugino Don Federico Carafa, figlio
di Vincenzo e di Ilaria Staiti. Giorgio Ingala, dice: " Carlo Maria
Carafa, nipote e cognato di Giuseppe Branciforte, questi passò
tre volte a nozze, impalmando per prima D.na Agata, della quale fa cenno
nel suo testamento tacendone il casato. Morta costei, sposò D.na
Giulia Carafa, figliuola di sua sorella Agata, e sorella di Carlo Maria.
Questi due connubi avvennero prima del 1655, giacché in questa
età lo troviamo sposato a D.na Luisa Moncada, che sopravvisse
alla sua morte". Alla luce delle mie approfondite ricerche non
posso fare a meno di smentire queste affermazioni; e ciò per
i motivi che seguono. Giulia (sorella di Carlo Maria) nel 1690 la troviamo
viva e vegeta e sposa, come anzi detto, del cugino Federico Carafa.
Il rebus in cui siamo incappati viene chiarito molto bene da Giovanni
Gianformaggio nella sua opera " Occhiolà " dove a pag.
50 dice: "Giuseppe Branciforte sposò nel 1628 la cugina
Agata figlia di Nicolò Placido Branciforte primo Principe di
Leonforte. Rimasto vedovo sposò Luisa Moncada... Questo matrimo-nio
fu celebrato in Palermo il 5 novembre 1662". Giovanni Mazzola,
nelle "Notizie Storiche sulla Vetusta Tavaca e sulla Moderna Leonforte",
scrive che Giulia Carafa morì nel 1696; mentre G. Gianformaggio,
riferendosi sempre a Giulia dice che essa morì nel 1703 senza
lasciar prole, succedendole Nicolò Placido Branciforte, del ramo
dei Branciforte di Raccuia, Principe di Leonforte e di Pietraperzia.
Diversi altri autori, quale data di morte di D.na Giulia concordano
col Gianformaggio e cioè sull'anno 1703. A porre fine a questo
ultimo contrasto è un manoscritto custodito presso la Biblioteca
A. Maiorana di Militello, attribuito al P. Dionigi da Pietraperzia,
storico della famiglia Branciforte di Sicilia, avente per titolo "I
Signori di Militello", dov'è detto: "Giulia per testamento
fatto in Napoli a 4 dicembre 1703 per notaio Pio Ruguccio transuntato
in Palermo a 10 giugno 1704 per atto di notaio Polito Miceli lascia
Militello al nipote Don Nicolò Placido Branciforte...".
Il Vincenzo citato dal Russo-Ferruggia, non poteva essere altri che
il suocero di Giulia, figlio di Don Fabrizio Carafa (primo cugino ed
omonimo del padre di Carlo) e di Giulia Tagliavia d'Aragona, in quanto
l'altra ipotesi che poteva trattarsi di un figlio di Federico e di Giulia
Carafa viene fugata dal Sac. Luigi Giunta, nei "Brevi Cenni Storici
su Barrafranca", che sull'autorità dell'Amico, sostiene
che Giulia Carafa sposò Fabrizio (da alcuni corretto in Federico)
Carafa. Morì nel 1703. Non ebbe figli. La stessa cosa del Sac.
Giunta ripete Emanuele Conti in "I Francescani riformati nel Convento
di Santa Maria di Niscemi", Lo dice " nipote e cognato al
Branciforte ", errando al pari di altri, pure Carmelo Iacona, in
"I Castelli di Mazzarino". Altro autore che ingarbuglia i
rapporti di parentela e di successione al Branciforte, ingenerando non
poca confusione, è Arcangelo Boscaglia. Il Russo-Ferruggia continua:
"Nel Capo precedente si è detto che il Convento dei PP.
Minori Osservanti Riformati fu fondato dal Principe Carlo Carafa. Questa
tale fondazione ebbe luogo l'anno 1624 di nostra era. Da pria vi furono
stabiliti i Minori Osservanti. Quando poi nel 1684 apparve il decreto
della quinta Congregazione, piacque al fondatore Carafa portare in quel
convento i PP. Minori Osservanti Riformati, ed escludere i Minori Osservanti.
Ciò ebbe luogo nel 1689. Si ha ciò dalla epigrafe che
si legge in una tavola dipinta, ch'è sita sulla soglia della
porta piccola del convento dalla parte interna". Anche nella notizia
testé riportata si trovano delle inesattezze: la prima delle
quali è la data di fondazione ed il nome del fondatore. Confrontate
infatti la data di fondazione (1624), e la data di nascita del Carafa
(1651), il convento non poteva essere stato fondato dal Carafa ben 27
anni prima della sua nascita. Altrettante inesatte risultano le date
di sostituzione e gli avvicendamenti in tale convento tra i PP. Minori
Osservanti e i PP. Minori Osservanti Riformati. Corrette alcune inesattezze,
chiarito pure il pasticcio relativo all'inesistente Vincenzo fratello
di Carlo Maria Carafa, ma non quell'altro relativo alla questione della
vertenza "Cappellone"; chiarimento che viene rimandato ad
altri. Per il momento urge soltanto dire che sulla falsariga del Russo-Ferruggia
chi più ne ha più ne mette. I.lfatti, N. D. Evola, avendo
letta l'opera del Russo-Ferruggia, aggiunse nuovi pesanti apprezzamenti
ed altre denigrazioni a danno del Carafa. Giorgio Ingala (meritevole
di apprezzamenti ed elogi), con la, sua opera citata, che per molti
rimane fino ad oggi l'unica ed inesauribile fonte per le ricerche storiche,
tra l'altro ci trasmise: "... dal 1664 al 1675 il principe Don
Giuseppe Branciforte accrebbe la chiesa del Carmine delle tre maggiori
cappelle, nel centro delle quali s'erge maestosa la grande cupola, e
ciò per sciorre ìl voto, per essere scampato alla congiura,
dedicò al Protomartire S. Stefano, costituendolo erede universale
del suo vastissimo patrimonio". Si ritiene che il Giorgio volesse
dire: Scoperta la adesione del Branciforte alla cospirazione di Palermo
del 22 gennaio 1650, che rimase ricordata nella storia con il nome di
"Congiura dei nobili", ordita dagli avvocati Giuseppe Pesce
e Antonio Lo Giudice per separare la Sicilia dalla dinastia di Spagna,
scampò alla pena di morte patita dai su nominati unicamente al
conte di Racalmuto Don Giovanni del Carretto, e da altri ancora. V'a
detto che del "Cappellone", a Mazzarino, si sconosce il significato,
come pure la natura e lo scopo della istituzione fatta dal testatore,
motivo per cui non è da meravigliarsi se qualche persona si è
fatta la errata convinzioni che essa servì per la corresponsione,
una tantum, di regalie agli impiegati della Congregazione di Carità
(oggi non più esistente), dell'Ospedale, e del Comune - quest'ultimi
in quanto la navata della chiesa, dopo la soppressione degli Ordini
e Corporazioni religiosi divenne proprietà comunale -; regalie
che si facevano il 26 dicembre giorno in cui la chiesa festeggia S.
Stefano. La originaria situazione del "Monte Branciforte"
risulta trasformata da leggi e regolamenti che regolano il funzionamento
delle Opere Pie e degli Enti pubblici di Beneficenza. Vediamo, in breve,
con il patrimonio di rendite e beni e cespiti sul Gran Libro del Debito
Pubblico d'Italia consistenti in censi e rendite nei Comuni di Mazzarino,
Cammarata e Geraci Siculo, "cosa intese costituire il principe
Don Giuseppe Branciforte alla cupola che per Mazzarino rappresenta ciò
che San Marco rappresenta per i veneziani, il Vaticano per i romani,
il Duomo per i milanesi, con il suo testamento dell'otto aprile 1675,
rogato dal notaro Vincenzo Triolo: A) trasportare nella chiesa le ceneri
del fondatore, quelle dei suoi antenati e della figlia Caterina; B)
costituì con alcuni capitali una fedecommissione allo scopo di
adoperare le rendite per decorare e rendere il "Cappellone"
quanto più sontuoso possibile e ornarlo di un quadro coll'immagine
del Glorioso S. Stefano di mano di "perito dipintore". Quando
nel fabbricato non si eseguivano opere, o le rendite superavano le spese
impegnate, l'avanzo doveva impiegarsi nella erogazione della beneficenza
e nella distribuzione di soccorsi, sussidi, elemosine, ecc., secondo
le prescrizioni del testatore, in favore dei poveri. Erano ritenuti
poveri: " Gli orfani ed orfane, figliuoli o figliuole abbandonati;
aventi il padre in carcere o all'ospedale, fino a che non siano altrimenti
provveduti o ricoverati; I giornalieri, gli operai, gli artieri, i contadini
che abbiano numerosi figliuoli, senza mezzi di allevarli o mantenerli;
Le vedove con molti figliuoli che si trovano nella medesima condizione;
Le donne sia nubili, sia maritate, che versino in grado di strettezza
per avere i rispettivi genitori o mariti lontano, o in carcere, all'ospedale
o in prigione; I ciechi, gli storpi, gl'invalidi, gli operai, gli artigiani,
i trafficanti, i contadini inabili, che per qualunque malattia o per
altra disgrazia, non possono procurarsi i mezzi di sostentamento; Coloro
cui manca lo abbisognevole in caso d'incendio, inondazione, terremoto,
epidemia ed altra calamità pubblica durante i giorni della sventura;
Quelli altri che per qualsiasi altra causa si ritrovano nello stato
di miseria comprovata e pubblicamente notoria senza colpa o delitto".
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