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Il
Principe magnifico Carlo Maria Carafa e la Mazzarino del '600 |
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LE
ORIGINI
Carlo Maria Carafa, pur non essendo mazzarinese di nascita merita ugualmente di diritto un posto d'onore nella Storia di Mazzarino, in quanto la città, all'epoca, per sua fattiva opera e volontà, ottenne onori, vanto e splendore. Parlano di lui, più o meno ampiamente, le storie locali di alcuni comuni siciliani che erano suoi dominii. Naturalmente se ne parla di più nelle storie di Mazzarino del Russo-Ferruggia e del Giorgio-Ingala. Chiunque vorrà scrivere su Mazzarino non potrà assolutamente ignorare questo Principe. Prima di parlare direttamente di Carlo Maria Carafa è utile tracciare un breve cenno storico sul cognome, risalendo alle origini. Capostipite un principe germanico chiamato Sigismondo. Questi, partito dalla madre patria, dopo varie fortune giunse in Italia. Qui l'imperatore Arrigo I, figlio del Duca di Sassonia Ottone, avendo conosciuto il suo valore e la nobiltà dei suoi natali, nell'anno 938 lo creò Vicario della Città di Pisa. I suoi figli furono chiamati, dal nome paterno, Sigismondi; in progresso di tempo tale nome, come accadeva allora, diventò nome di famiglia. "Uno di questi Sigismondi, Stefano, gran soldato ed espertissimo nell'arte militare, nell'anno 1022 desiderando acquistar gloria, andò capo di un grosso esercito in Sardegna allora occupata dai Saraceni e, avendola liberata dal giogo, quanto barbaro tanto vile e indegno, fu dalle popolazioni di quell'Isola acclamato per loro Re e Signore ". Il cognome " CARAFA " - scritto con una sola F e non già con due come han scritto alcuni autori si deve alla fantasia del Re di Sardegna Stefano Sigismondo il quale lo compose dal nome della propria madre " CARA " e da quello suo " ste FA no ", imponendolo per la prima volta ai suoi due figli: Riccardo, divenuto, per rinunzia del padre, Re di Sardegna, e Stefania. Riccardo Carafa, verso l'anno 1047 fu dal popolo scacciato; Stefania si fece monaca. Da Riccardo "CARAFA", la famiglia portante il nuovo cognome s'allignò nel Regno di Napoli, dividendosi, successivamente, in due rami: una chiamata della " SPINA ", perché porta nell'Armi una spina di traversa (linea Primogenita, dalla quale discende il Principe CARLO), l'altra chiamata della "STADERA" perché ha una stadera fuori dallo stemma (linea Secondogenita). Lo stemma di Don Carlo è rappresentato da un "Campo vermiglio, ossia rosso, con tre fasce d'argento e con una Spina verde di traverso, che scende da destra alla sinistra. Lo Scudo è coronato con la Corona usata dai Principi. "Fuori dello Scudo così detto Italiano, l'aquila e la Corona Imperiale, per dimostrare il suo titolo di Principe del Sacro Romano Impero ". I cavalieri dei due ceppi ottennero elevate Dignità Ecclesiastiche e Temporali. Tra le Dignità Ecclesiastiche più cospicue, fino all'anno 1687, si ebbero: Un Pontefice - Paolo IV, 1555-59 (Gian Pietro Cafara che fu il 221° Papa dopo l'apostolo Pietro); 12 Cardinali; 7 Legati; 4 Nunzii; 2 Patriarchi; 20 Arcivescovi; 41 Vescovi; 17 Abati; 3 Fondatori di Ordini, Religiosi; Tra quelle Temporali si ebbero: 2 Re (Stefano e Riccardo); 3 Dogi della Repubblica; 9 Grandi di Spagna; 8 Principi del Sacro Romano Impero; 7 Cavalieri del Tosone d'Oro; 2 Cavalieri di S. Michele di Francia; 3 Cavalieri dell'Ermellino; 1 Cavaliere del Vello d'Oro; 3 Croci di Malta; 25 Cavalieri di Malta; 2 Cavalieri di S. Jacopo; 2 Cavalieri d'Alcantara; 1 Cavaliere di Calatrava; 28 Principi; 76 Duchi; 45 Marchesi; 99 Con ti; 6 Vice-Re di Regni; 5 Vice-Re di Provincie e Governatori; 3 Grandi Ammiragli del Regno; 14 Ciambellani; 1 Gran Cancelliere del Regno; 1 Siniscalco; 1 Maresciallo 23 Consiglieri; 17 Generali; ecc. ecc.. Inoltre, secondo alcuni autori, pare che i Duchi Korczac di Bidel in Polonia (uno dei quali fu eletto Re d'Ungheria) siano discendenti della famiglia Carafa. La parola Korczac infatti in Polonia si pronuncia come in italiano: Carafa. Attraverso la lunga elencazione dei titoli e cariche ottenuti da componenti della grande e potente famiglia, e con l'ausilio di qualche testo e documento, si può tentare di scoprire dove affondano le radici delle innate doti di magnanimità ed esemplarità che fecero di Carlo Maria un grande uomo e signore. In questo modo è possibile capire meglio alcuni tratti della sua vita, delle sue opere ed alcuni disposti contenuti nel suo testamento.
l
Principe Carafa, al pari degli avi materni già insediatisi in questa
Contea sin da tempi remoti, divenutone legittimo erede scelse di
abitarvi godendosi il limpido sole, la salubre fine e mite aria che il
clima collinare (rn. 573) offre in ogni periodo dell'anno, oltreché i
vastissimi e variati panorami che si perdono alla vista dell'occhio,
osservabili da qualsiasi parte della città. Alla città prediletta
dedicò, più che in ogni altro suo stato, particolari attenzioni
curando la manutenzione di tutte le opere d'arte esistenti, alcune
delle quali fatte eseguire dagli avi, acché esse si conservassero
degnamente e lungamente, proteggendo pure, oltre alle arti, le lettere
e le scienze. "Sotto la signoria del Carafa, Mazzarino giunse a tal
grado di importanza, da essere elevata a Città con i relativi
privilegi che alle città sorelle non erano comuni". La predilezione
per Mazzarino è documentata dai magnifici e sontuosi edifici sacri e
civili fatti sorgere, a decorazione della città, durante il periodo
della sua signoria. Altre cose concretizzò e, tra queste, la Pubblica
Istruzione, da impartire a tutti, gratuitamente, allo scopo di far
raggiungere la evoluzione intellettuale, culturale e morale ai
sudditi: vassalli e servitori, questi ultimi tanto intelligenti quanto
buoni e laboriosi. "Nata essa fra il nostro popolo mazzarinese fin da
remoti tempi, ebbe a trovare cura ed ospitalità nei signori della
città e principalmente durante la signoria del Carafa, il quale a tale
scopo, fondò la casa dei PP. Gesuiti, ... destinando a questa
istituzione un cospicuo annuo patrimonio; ... dal 1695 in poi,
l'istruzione da noi venne impartita dai Gesuiti, i quali insegnavano
nelle pubbliche scuole da loro dirette, filosofia, matematica,
retorica ed umane lettere, sussidiati dallo Stato e dal Comune" Il
dott. Alfio Crimi, nel saggio "il Collegio degli Studi di Mazzarino
nella prima metà del secolo XIX" tra l'altro dice: "Il Collegio ...
annoverava tre cattedre: quella di Grammatica, di Retorica e di
Filosofia. Le tre cattedre suddette erano installate nella vecchia
sede del Collegio dei Gesuiti e dotate di ducati sessanta quella di
Grammatica (1 ducato = L. 4,25 del 1861) e settantadue ciascuna le
altre, che si prelevavano dal legato istituito nel 1694 dal , principe
Don Carlo Maria Carafa". Di seguito viene riportato l'elenco
cronologico di altre opere. Anno 1688/89 -
Fece erigere la Cappella dell'Addolorata nella Chiesa dello Spirito Santo, fondandovi, sotto le insegne ed il titolo dell'Addolorata, una Confraternita di gentiluomini e nobili, alla quale si iscrisse anche lui. Anno 1689 - Fece restaurare ed abbellire l'antica chiesa (1425) e l'annesso Convento di S. Maria di Gesù. Esternamente, su una porta accanto la chiesa è scolpita, in pietra, l'aquila bicipite nel cui petto è lo stemma del Carafa. La Chiesa ed il Convento già nel 1573 erano dei PP. Osservanti; appena sfrattati costoro il 6 luglio 1689 a seguito di decreto emesso dalla Sacra Congregazione, egli li cedette ai PP. Minori Riformati che vi si stanziarono. "Item lascio ed ordino al mio herede universale, che debba ogni anno in perpetuo dare ai PP. Reformati di S. Francesco di S. Maria di Gesù, del Mazarino scudi cento per aiuto e servizio della fabbrica e sagrestia". Anno 1693 - Avendo precedentemente detto del terremoto (11 gennaio) che colpì Occhiolà, Militello, Niscemi, ecc., mi tocca dire che non risulta che il Principe Carafa in quella circostanza si sia particolarmente interessato a Mazzarino, e ciò, come si evince, per il motivo che da noi il terremoto dovette essere appena per-cepito. Infatti, consultato il registro - 3 - dei defunti, dall'anno 1680 al 1698, che si conserva nell'archivio di questa Chiesa Matri-ce, nelle pagine 450-451 risultano notati appena 11 nomi di persone decedute dall'8 al 19 gennaio, senza che peraltro tra esse ve ne sia nemmeno una deceduta per causa violenta. Quella triste occasione, verificò e diede ragione a quanto detto da Movers e da Gesenires. "Sappiamo infatti (da questi ultimi) che la città di Mazzarino venne fondata dai Fenici e che nella lingua fenicia mezurak significa terreno solido, rupe incrollabile". Anno 1694 - Nell'agosto fece iniziare i lavori per la costruzione del Collegio, ossia della omonima Chiesa e del Convento gesuitico. La monumentale opera, progettista lui stesso, fu fatta eseguire, come risulta dalla iscrizione che trovasi sopra l'ingresso principale all'interno della chiesa, per ringraziare il santo fondatore dell'Ordine per avergli fatto riacquistare la salute. Essa infatti dice: "Carlo Maria Carafa, il più benefico della nostra società e della sua, Principe di Butera, obbligatissimo al nostro fondatore, a un anno dalla riacquistata salute, eresse al fondatore, questa splendida chiesa" (la lapide porta la data 1718). L'opera fu portata a termine solo 23 anni dopo la sua morte "Item lascio ed ordino che nella mia terra del Mazarino si faccia un collegio dé Padri Gesuiti per il cui effetto gli lascio scudi mille, e cinquecento per ogn'anno in perpetuo, questi si diano dal mio herede universale ogn'anno al Provinciale di detta compagnia affinché vada facendo la chiesa e la casa e dopo fatto vi possano andare a stanziare i PP. della compagnia con l'obbligo m'habbiano da dire due messe ogni giorno e fare l'anniversario in perpetuo per l'anima mia quale raccomando alla loro carità". Giorgio Ingala riporta una iscrizione, che su tela dipinta, dice esistere ancora (1900), nella detta chiesa del Collegio. Essa dice: "Questa sede eretta alla divozione del suo popolo e ai beni della virtù e arricchita con un reddito annuo per il trionfo di tutti gli ordini; che rese famosa con la sua potenza per il qual fatto Sant'Ignazio benefattore vi girerebbe attorno con uno splendido carro, il di lui figlio consegnò. Per amore, l'altro benefattore, lo Ecc.mo D. Carlo Maria Carafa, signore del luogo nell'anno 1694 nel mese di agosto accresciuta anche la cena e distri-buita la stirpe perché non mancasse qualcosa all'immenso gregge dei poveri o alla devozione o alla religione. Nel segno di un animo riconoscente, il collegio mazzarinese al suo fondatore ". Altra iscrizione tratta dall'opera del Giorgio, pag. 176, qui tradotta, dice: "Avrei nascosto a C.M.C. Principe di Butera e della Roccella e del S.R.I. la rara giustizia fra lo splendore della nobiltà principesca e l'insigne esempio tra i candidati alla sapienza e la non impari beneficenza nel costruire il collegio di Mazzarino. La compagnia di Gesù venera l'onore di si tanto nome con animo grato. Morì il 1° Giugno 1695 ". La chiesa, presenta un'interessante prospetto simmetrico, è costruita in mattoni di terracotta, con fregi e stemmi in pietra comune intagliata. Essa ha tre navate ed è a croce latina, l'architettura interna consente, da qualsiasi punto, di vedere sempre cinque dei nove altari, il maggiore compreso. Gli credi del Principe fecero erigere la quarta cappella della navata sinistra dedicandola a S. Ignazio. Lo stemma di famiglia Carafa, dipinto negli zoccoli delle colonne in affresco, restò visibile fino all'anno 1877. A causa d'es-sere stata trascurata prima, ed abbandonata dopo (proprietario il Comune di Mazzarino) ora sono diversi anni che l'interno di essa si è ridotto in uno stato di progressivo disfacimento; mi pare quasi impossibile (anche se qualche Ente diverso dal Comune avesse buona volontà di farlo) ripristinare le stupende opere d'arte irrimediabilmente rovinate o compromesse dalle infiltrazioni d'acqua piovana, dalle colombe ed altri alati che ne han fatto una grande uccelliera riempendola di sterco dappertutto. Attaccato alla Chiesa sta il Convento, il quale sin dalla nascita servì per ospitarvi alcuni Padri Gesuiti, oltreché, per edificio delle scuole pubbliche fino all'anno 1890. Dall'opera citata del Giorgio apprendiamo, inoltre, che esso dal 1848 al 1867 servì da Sede Municipale; dal 1860 al 1867 Caserma dei Reali Carabinieri (evidentemente in parte); dal 1867 al 1876 incorporato, quale proprietà al Demanio; nel 1877 lo comperò il Comune; dal 1890 fu Orfanotrofio; attualmente vi stanziano le suore salesiane di Maria Ausiliatrice. "... gira l'edificio per più di 450 metri, ed è arricchito da due grandi chiostri od atrii, uno dei quali con portici e solide colonne di pietra, m. 28 x 21; l'altro nella parte posteriore, a nord del primo, ov'è una grande cisterna, ha dimensioni quasi identiche. L'architettura, sia del convento che della chiesa, esercita uno sfoggio artistico, ed è solo in questo edificio che una si bella arte può contare, fra i tanti monumenti esistenti fra noi. Ciò devesi al fondatore Carlo Maria Carafa, conte di Mazzarino, che per essere versatissimo nelle scienze e nelle matematiche, ne fece il disegno" Stante sempre al nostro autore, quella specie di "isola" rettangolare di fabbricati che partendo dalla Via Concezione alla Via Salita Teatro occupano l'intera lunghezza della Via Collegio e che sono prospicienti il Corso, all'epoca della costruzione della Chiesa, del Convento e dell'Oratorio, non esistevano, motivo per cui, anche se arretrata rispetto al palazzo del Principe (oggi Bartoli); l'intera costruzione s'affacciava sul Corso facendo sfoggio e bella mostra di sé. La realizzazione di tale fastidiosa "isola", il Principe sicuramente non l'avrebbe consentita mai, sia per non togliere di vista il descritto maestoso edificio, e sia ancora per non togliere nemmeno di vista il Teatro annesso al suo Palazzo, dal quale affacciandosi, osservava in profondità fino tutta l'attuale Piazza Vittorio Veneto con l'imponente Convento Carmelitano oggi Palazzo Municipale. Le proteste e le lamentele dei Gesuiti non valsero a nulla rimanendo la situazione tale e quale come ora. Oratorio della Confraternita del SS. Sacramento. Contemporaneamente alla costruzione del grande edificio, concedeva in uso perpetuo ai maestri artigiani la grande stanza di destra del vestibolo del convento, per farne uso di Oratorio per le riunioni religiose della loro Confraternita da egli stesso istituita, che poi si attuava ed inaugurava due anni dopo la di lui morte, sotto il titolo del SS. Sacramento di Maria Assunta in Cielo. Nel muro sopra il portone d'ingresso, all'interno, sta collocata una lapide marmorea con la solita scritta in latino che ricorda: "Nell'anno 1697, la sacra confraternita degli artigiani istituita durante la stessa costruzione di questo Collegio, dall'Ecc.mo fondatore Carlo Carafa, sotto gli auspici della SS. Vergine Assunta in Cielo, allestì per sé questa Chiesa nell'anno 1766". Anno 1694 - Decorò la città mobilitandola con un simpatico Teatro, annesso al suo palazzo e che fu inaugurato nel detto anno con l'opera sacra: "l'innocenza esaltata, ovvero il Mardocheo sublimato di Don Ferdinando Leto e Grimaldo della città di Calaxibetta, rappresentata nel nuovo e famoso teatro eretto dall'Ecc.mo Sig. Principe di Butera e della Roccella dentro il palazzo della sua città del Mazzarino in Sicilia ", la quale opera fu stampata in Napoli, presso Giuseppe Rosselli nel 1694. Fine secolo XVII - Fece iniziare la costruzione del Duomo o Matrice, dedicandola a S. Maria della Neve, onde ricordare che sul posto in precedenza era esistita una chiesa così denominata. Il grande e sontuoso edificio presenta un prospetto simmetrico, costruito in pietre da taglio formante nel suo insieme un'armo-niosa e interessante visione, sebbene incompleto. Vito Amico, e per esso anche il Giorgio, non dà una data precisa dell'inizio della costruzione dell'imponente edificio sacro generalizzando che avvenne alla fine del secolo XVII. Sappiamo comunque che all'inizio della sua costruzione risultava essere posto al centro della città, che progettista ne fu l'architetto Angelo Italia, oriundo da Licata, che alla morte del Carafa (1 giugno 1695), i lavori furono sospesi per un lunghissimo periodo di quasi un secolo, anche se il Principe, aveva disposto: "Item lascio ed ordino al mio herede universale che debba dare per la fabbrica della Chiesa Matrice del Mazarino scudi mille per una volta tantum". "I lavori furono portati a termine per iniziativa del Sac. Don Andrea Bartolotta e con l'aiuto del popolo"
Le tipografie
Ritorniamo ora nuovamente in tema e quindi ancora a Carlo Maria Carafa,
premettendo che al cadere del XV secolo in Sicilia fu introdotta la
stampa facendo la prima comparsa dapprincipio a Palermo e poi a
Messina; mentre nel secolo XVI, giunse a Catania ed a Morreale. Nel
secolo successivo l'onore toccò alle città di Girgenti, Militello
(costì auspice il principe di Pietraperzia e marchese di Militello Don
Francesco Branciforte, pubblicando, dapprima, le sue stesse opere),
indi comparve a Trapani e nella nostra Mazzarino. Da noi, merito del
principe Carafa, si impiantarono tre rinomate tipografie: Giuseppe La
Barbera (all'interno del Palazzo Butera); Giovanni Vanberge; Ignazio
Calatro. Il Russo-Ferruggia, menziona solamente la prima, dicendo che
Carlo Carafa, persona di lettere, stabilì, in Mazzarino una
tipografia, pubblicò le sue letterarie produzioni, le di lui opere ed
altre uscirono da quella tipografia per Giuseppe La Barbera. In quella
tipografia furono impressi i primi canti del poema Adamo, del modicano
Campailla. Giorgio Ingala invece ci tramanda quanto segue: "Né è da
passare sotto silenzio che il Carafa stabilì due tipografie in
Mazzarino, come ricorda l'Amico e lo Scinà, una da Ignazio Calatro,
succursale a quella esistente in Napoli, la quale ricorda l'anno
1692..., ed altra diretta da la Barbera". Entrambi, come si osserva,
ignorarono la contemporanea esistenza dell'altra tipografia attiva,
quella di Giovanni Vanberge. Filippo Evola, nella "Storia
Tipografico-Letteraria del secolo XVI in Sicilia", a pag. 157, fra gli
autori che hanno detto delle tipografie mazzarinesi cita i nomi
dell'Amico, del Mongitore, del Narbone, del Mira, del Deschamps, e
dello Scinà. Pure l'Evola però, mentre dice della Vanberge e di La
Barbera, si lascia sfuggire dal notare quella del Calatro. Mercé le
opere uscite dai torchi delle citate tipografie, in particolare quelle
dello stesso Carafa, tanto pregiate ed oggi molto rare, il nome della
nostra Mazzarino entrò superbamente nella storia delle Tipografie
della Sicilia. "Bellissime sono le stampe uscite dalla tipografia che
il principe di Butera impiantò in Mazzarino, da essa uscirono le più
ricche e belle edizioni che vanti il seicento siciliano".
Il Testamento
E'
stato detto tanto di questo personaggio dalle qualità possedute in
abbondanza; sono state date sufficientemente tutte le indicazioni
essenziali relative alle sue opere; è stato detto della sua vita sin
dalla nascita. Sembra doveroso ora dire pure qualcosa della sua morte.
Sin dalla morte, avvenuta in Mazzarino, all'età di 44 anni egli trovò
sepoltura nella prediletta Chiesa di S. Maria di Gesù, e ciò in
esecuzione ad un disposto testamentario, che dice: "Item lascio, che
morendo nel mio stato di Sicilia sia il mio corpo seppellito nella
Chiesa di S.ta Maria di Gesù del Mazarino dé PP. Reformati di S.
Francesco; morendo nello stato di Calabria sia seppellito nella Chiesa
della SS.ma Annunziata dé PP. Domenicani di Castelvetere. Non morendo
in alcuno di detti stati, ma in qualsivoglia parte del mondo, voglio
che sia seppellito in luogo di deposito nella Chiesa che sarà la più
vicina alla casa, dove seguirà la mia morte, con questo però che sia
della Chiesa col segno d.ssimo degli attributi di Maria sempre
Vergine, e dopo fra il termine d'un anno voglio sia trasportato in uno
di detti due luoghi ad elezione del mio herede universale; quale
trasporto voglio, che si faccia senza alcuna pompa; o pazzia mondana
nella medesima maniera e forma come voglio essere seppellito quando
Dio vorrà che io muora, che è del modo seguente: Quando si considera
l'umiltà, con la quale stiede il nostro Redentore in questo mondo, che
è il Padrone d'ogni cosa dobbiamo tutti annientarci ed annichilirci e
particolarmente io che sono il più vile ed il più peccatore d'ognuno.
Perciò voglio che in essere seguita la mia morte sia vestito con un
abito di cappuccino pregando i PP. di detta Religione a darmene uno
vecchio di qualche Saio per la lemosina. E scalzo, e nudo con il solo
abito addosso sia posto in terra sopra una tavola e con una sola
pietra sotto la testa: e nel portare che faranno il corpo in chiesa
sia senza alcuna pompa ma dentro un tabbuto di rozze tavole senza che
sia coperto con niuna sorte di drappo, ed accompagnato dal solo Paraco
(a chi lascio tutto quello gli spetterà per ragione d'intiero) ed a
quei Preti, che per ius non possono lasciarsi di chiamare, proibendo
espressamente qualsiasi accompagnamento di persone nobili, o civili,
ma solamente voglio esser accompagnato da ventiquattro pezzenti con
candele accese alle mani à quali voglio, che segli diano d'elemosina
per una volta scudi cinque per ogn'uno. E di più voglio che nel tempo
stava in casa ed in chiesa il mio corpo non si possano mettere attorno
altro, che quattro candilieri di legno con quattro candele e non torce
sopra proibendo affatto le banderole ed ogn'altra sorte di pompa come
similmente il superfluo suono delle campane più di quello sarà
semplicemente necessario". In S. Maria di Gesù gli fu dedicato un
magnifico bassorilievo di finissimo marmo decorato di emblemi, armi
cavalleresche, scudi, stemmi, ecc. Nella parte superiore, sotto la
corona usata dai Principi, domina un medaglione con la sua effige; in
quella centrale è ben rappresentato lo "Scudo inquartato con quarti di
famiglie con le quali teneva la più vicina parentela, che erano:
Austria, Branciforte, Santapau, Barrese, Speciale, Avalos, Aragona di
Sicilia, Spinello, Borgia, Vittorini, Borghese, e naturalmente la
propria: la Carafa della Spina"; infine nella parte inferiore, con
lettere in bronzo incastrate nel marmo sta scritta, la epigrafe che
qui viene riportata tradotta: "a Dio ottimo e massimo Riconosci, o
viaggiatore, il morto che a stento avresti creduto fosse un mortale.
Questi è Carlo Maria Carafa principe di Butera, della Roccella e del
Sacro Impero. Primo dei nobili di Sicilia, tra i magnati della Spagna;
tra i primi per sangue, religione e per i libri pubblicati e noti a
Roma e in tutto il mondo, appena avviato da poco verso i nove lustri,
abbastanza maturo per i meriti, e sopravvivente alla terra, il primo
giugno occupò il cielo. Anno 1695". Il descritto marmo originariamente
fu situato nel muro del lato dell'epistola nel Sancta-Sanctorum, e ciò
fino al 1860, anno in cui si tolse per adattarvi lo stallo dei
canonici, per essere trasferito vicino l'ingresso della stessa chiesa
e vicino alla pila dell'acqua santa, dimodoché restasse ugualmente
ostensibile alla vista del pubblico. Il feretro rimase però ivi
tumulato. "Item lascio e ordino che nella chiesa dove resterà il mio
corpo seppellito si faccia ogn'anno l'anniversario e si dica ogni
giorno in perpetuo una messa per l'anima mia per il cui effetto gli
lascio scudi cento l'anno da pagarsi dal mio herede universale"
Arrivati a questo punto, è utile rendere di pubblica conoscenza altri
disposti contenuti nel citato testamento, e ciò perché essi sembrano
molto significativi ed evidenziano la moralità lineare del Carafa.
"Carlo Carafa, e Branciforte Principe di Butera e della Roccella il
più peccatore che abbia sostentato la terra Jesus, Maria, Ioseph,
Carolus. Considerato io Carlo Maria Carafa, Branciforte, Santapau, e
Barrese Principe di Butera e della Roccella, che spiritus meus
attenuabitur dies mei brevi ab unius, et solum mihi superest sepulcrum
(che il mio spirito sarà attentato dalla brevità del mio unico giorno
- tempo - e che solo mi sopravviverti il sepolcro) quanti pochi
saranno gl'anni miei, e quanta in terra quell'ira della morte, e
l'angoscia in che si trova la persona in quall'ultimo termine di vita,
ed il periculo di morire senza disporre delle sue cose, ed in
particolare di quelle riguardano all'aiuto dell'anima. Però mentre la
divina misericordia mi dà questo lume, ho voluto in salute far il
presente testamento, ò sia codicillo, ò disposizione, ò dona-zione
causa mortis, ò mia ultima volontà, ed insomma intendo darli quel
nome, che farà sia più valido, ed è scritto in carta do-rata, e
sottoscritta per ogni affacciato di carta di mia propria mano. In
primis lascio l'anima mia, e la dono a quel sommo fattore, che l'ha
creata e redenta con il suo preziosissimo sangue, supplicandolo
umilmente con la maggior riverenza ed humil-tà, che posso, che si sia
raccomandata, dicendo, in manus tuas, domine commendo spiritum meum,
ecc. ecc. (nelle tue mani, o Signore raccomando il mio spirito).
Supplico similmente la Re-gina del Cielo Maria Sempre Vergine ed
Immacolata mia parti-colare. principale ed unica Avvocata, Patrona e
Protettrice de-gnarsi come rifugio dei peccati, e consolatrice degli
afflitti, ecc. ecc. Item supplico il Mio Angelo Custode d'aiutarmi,
così nel poco resto della mia vita come nel punto della mia morte
accioché viva e muora da vero Cristiano fedele, e mi defenda da ogni
tentazione ed illusione diabolica. Item lascio ed ordino al mio herede
universale che subito seguita la mia morte faccia celebrare per
l'anima mia trentamila messe facendole celebrare da chi vorrà la
Principessa mia moglie, ita che sia finita la loro celebrazione fra il
termine d'un mese dopo la mia morte. Item lascio ed ordino al mio
herede universale, che subito seguita la mia morte dia al mio
confessore, che allora sarà, scudi cinquecento per distribuirli a chi
io forse gli dirò, e non dicendovi alcuna cosa le dia a più poveri del
luogo dove seguirà la mia morte. Item lascio ecc. ecc. che de nomi di
debitory che vi saranno nella mia eredità debba rilasciare e donare a
più poveri d'essi la somma di scudi duemila, quale rilascio voglio si
faccia con la consulta di Guardiani dé conventi dé PP. Cappuccini e
Reformati di S. Francesco che sono nelle terre e luoghi dé miei stati
affinché si faccia senza passione. Item lascio ecc. ecc., che ogn'anno
in perpetuo faccia nel giorno dell'Assunta di Maria Sempre Vergine
cacciare a sorte per mano e con consulta dé Guardiani dé Cappuccini e
Reformati, quattro maritande un anno di una terra un'altro d'unaltra
dé miei stati di Sicilia e quattro altre in quelle in Calabria delle
più povere, e che siano vergini orfane, e nate vassalle alle quali gli
dia di dote scudi venticinque per ogn'una. Questo è quanto ha disposto
e dispongo per l'anima mia che credo importerà di capitale circa scudi
quarantamila haviria voluto però più fare essendo i miei peccati
infiniti ecc. ecc.". Come abbondantemente si è visto, il suo non è
semplicemente un comune testamento scritto da persona smisuratamente
ricca di averi terreni, ma anzi un monumento di religiosità non
comune. Per amor di brevità s'impone la necessità di non riportare il
testamento tutto per intero lasciando dietro altre bellissime
espressioni di umiltà, sottomissioni e suppliche, per essere impetrato
a Dio, e per dirla con le sue parole, a tutta la "Casa Celeste".
Poiché Carlo Maria Carafa non era un comune mortale, bensì persona che
lasciò quasi indelebile la traccia della sua presenza terrena, e
poiché a noi quello che interessa è proprio la storia, quella di casa
nostra, diventa d'uopo dire anche delle altre cose che esulano dallo
spirito, dall'anima, dalle così dette cose "celesti".
Ancora alcuni passi del testamento di Carlo Maria Carafa: "Perché il principio e base d'ogni Testamento la instituzione dell'Herede e giaché Iddio benedetto l'unica figliola, che sin'hora mi ha dato ha voluto nel tempo stesso prendersela per lui: Onde per non diffidare della sua infinita misericordia instituisco faccio creio e lascio per mio herede particolare il figliolo, o figliola utriusque sexus tanto se si troverà nato ò nata in tempo di mia vita quanto si nascesse dopo mia morte per ritrovarsi forte gravida mia moglie nel tempo della mia morte nel Principato di Butera, e sua Erendia, nel Principato della Roccella, e del Sacro Romano Imperio nel Marchesato di Castelvetere, Militello, Licodia e Barrafranca, nel Contado del Mazarino: Grassuliato, Grotteria e Condoiyanne, nelle Terre d'Occhiolà, Niscemi, Bianco e Adorno nelle Baronie di Belmonte, Fontanamurata e Radali, nel Biviero sù lago vicino Lentini, nel ius di nominare il Priore della Roccella con tutte sue membra casali, e pertinenze, ed in tutti e qualsivoglia altri Stati, Terre, e feudi né quali ho successi in più di privilegi investiture testati: transazioni ed'altre scritture come similmente gli lascio il Principato di Pietraperzia nel modo e forma come all'accordio stipulato col Conte di Raccuia ed'in caso di loro morte a suoi figli, figli di figli nepoti, e pronepoti in perpetuo servito sempre l'ordine della prima genitura in modo ... in caso io morissi senza figli e ne meno lasciassi gravida mia moglie ò pure lasciassi figlie questi morissero senza figli sta che della mia propria linea di Padre a figlio in perpetuo non restasse alcuno in questo caso e non altrimenti. Lascio ed instituisco per herede particolare in tutti li sudetti stati e beni feudali la Sig.ra Donna Giulia Carafa mia sorella oggi moglie del Sig. Don Federico Carafa, ed in caso di morte à suoi figli, figli di figli nepoti e pronepoti in perpetuo, ed'in loro difetto a chi de iure toccherà servito sempre l'ordine della prima genitura e conforme le disposizioni dé Privilegi Investiture Capitali del Regno e grazia fatte da Re suoi Padroni e non altrimenti". D. Giulia prese l'investitura il 10 novembre 1695. "Alla morte di Giulia Carafa, Nicolò Placido II Branciforte, 3° principe di Leonforte a partire dal 1697, diventa anche quarto principe di Butera, conte di Mazzarino e di Grassuliato, marchese di Militello e di Barrafranca: in lui si videro riuniti tutti i domini della famiglia Branciforte" |
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