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Il Castello di Grassuliato |
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Grassuliato,
sorto come tanti altri abitati dalla disgregazione di un vasto predio
romano-bizantino, dopo l'occupazione araba e nella successiva ricostruzione
normanna delle vaste proprietà feudali, ci appare come una prospera
terra ferace, che poi gradatamente decade nel XV secolo e scompare definitivamente
agli inizi del successivo, quando nuovi centri sorgono dapertutto nell'Isola,
e vecchi ed abbandonati risorgono per la preferenza a siti più
comodi, per l'avvento delle artiglierie, che rendono ormai inutili i
siti inaccessibili.
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L'origine romano-bizantina della fortezza traspare da elementi evidenti,
tuttora presenti, nell'ambito del vasto territorio originario, mentre
nei pressi dell'abitato distrutto ed attorno alla rocca appaiono i segni
più antichi di una civiltà anteriore; si tratta, come
per tanti altri sorti nell'ultimo periodo Bizantino alla vigilia dell'invasione
mussulmana ed irti su rocche scoscese ed inaccessibili, di un centro
molto più antico, che affonda le radici nella più lontana
civiltà greco-sicula, che nel successivo lungo periodo di pace
viene abbandonato per la pianura e la sottostante vallata, fertile ed
irrigua e di prodigiosa feracità per colture specializzate, dove
l'abitato si disperde in gruppi di case ed in fattorie nella vastità
del latifondo, che vengono a loro volta sacrificate ed abbandonate,
quando la vita si riconduce e riduce alla rocca aspra ed isolata (nel
momento in cui le incursioni dei Mussulmani sempre più frequenti
mostrano imminente la loro volontà di conquista), a guardia dello
Stretto, per il quale la vasta Piana di Gela penetra nell'interno con
vallate a ventaglio, che da qui si snodano. La vita obbedisce alla logica
e gli abitati ad una loro dinamica, mentre gli uomini per i bisogni
più semplici della conservazione e della nutrizione non differiscono
dagli esseri degli altri regni. Il nome di Grassuliato appare per la prima volta nel 1091, una donazione di un "Salomon de Garsiliat" alla chiesa di S. Maria della Valle di Giosofat, in una lunga lista di donatori, tra cui Enrico "de Butera", il capostipide degli Aleramici, un "Girondus de Mazarina" ed un "Girbaldus de Comacina" (Barrafranca), Di Salomon de Garsiliat si parla ancora, in un successivo documento del 1098, dove sembra figlio di un "Guigone de Garsiliat ". Difficile è però stabilire come l'abitato possa essere risorto dalle precedenti rovine, inserendosi presto nella rete degli altri centri lombardi di questa zona, nei quali presto affiorerà un sentimento di razza cittadino, che più tardi esploderà nei noti moti durante il regno di Guglielmo I. Così nella congiura diffusasi in poco tempo contro il grande ed accorto ammiraglio Maione, genio politico di grande levatura, nella quale è compromessa la vita stessa del re, per l'odio di razza dei lombardi scatenatosi contro i mussulmani, che ancora ricoprono i più importanti uffici e si distinguono per la loro raffinata cultura dai precedenti, che sono solo uomini d'armi, e per la cieca gelosia verso il sommo statista di Bari, pervenuto alle cariche più alte del regno, giganteggia la figura, sia pure di ribelle, di Bartolomeo di Grassuliato, secondo quanto scrivono gli storici, che prendono i fatti dal Falcando. Capo della sommossa, dalla rocca minaccia e saccheggia con sortite, solleva, raduna, guadagna alla ribellione altri capi ed occupa la fortezza di Butera, già del conte Simone dichiarato fellone ed ora di regio patronato, che dalla lontana contea di Policastro aderisce alla rivolta. Non soddisfatto il ribelle allaccia ancora altre relazioni ed attira alla sua causa la migliore nobiltà del tempo "cum pluribus potentibus viribus", riuscendo a trascinare anche dalla sua Goffredo di Monte Scaglioso, così che il castello assediato resiste per molto tempo all'esercito guidato personalmente da re Guglielmo, il quale dopo inutili tentativi, viene a patti con gli insorti, concedendo loro di potere uscire sani e salvi dal castello di Butera e di abbandonare la Sicilia "extra Regnum suum", non senza avere prima smantellato Grassuliato, il cui presidio viene preso in ostaggio dall'esercito regio. Tuttavia ancora dopo questi cruenti avvenimenti, vediamo ancora in piedi la fortezza nuovamente abitata, ai tempi di Ruggero Sclavo, che pretende esserne il signore come bastardo del conte Simone di Policastro già spodestato dei suoi possedimenti. Ma malgrado l'impegno costruttivo di tutti i suoi migliori uomini, in nobile emulazione, poco tempo dopo troviamo la rocca di Grassuliato ancora distrutta nel 1162, durante i noti avvenimenti, che culminano con la distruzione di Piazza e dei vicini centri occupati dai lombardi, durante il regno ancora di Guglielmo I, secondo le cronache dei tempi. Nel 1199, durante il secondo anno di regno dell'imperatore Federico di Svevia, dopo la cacciata definitiva dall'isola degli Aleramici e dell'ultimo loro rampollo Ruggero Sclavo, e dopo essere stata per molti anni annessa al demanio regio in seguito alla fellonia del conte Simone troviamo Grassuliato sotto la signoria di Bartolomeo da Amalfi. La ripresa che vi si nota, a pochi anni dagli avvenimenti cruenti, deve attribuirsi alla possibilità che ha questa terra di potere attingere risorse dal suo vasto e ricco territorio, che Edrisi, qualche anno prima ci descrive nel Libro di Ruggero, formata da "terre feraci da seminare", ed ancora da "ubertosi poderi, solcati dal fiume del Miele, che abbonda di produzioni del suolo". Ma il risveglio deve essere anche di data anteriore, se nel 1169 la ritroviamo ornata da diverse chiese, come Butera, Mazzarino, Barrafranca (Convicino), Lentini, Ragusa, Caltagirone, quando molti altri centri oggi molto noti, come Piazza, non appaiono nei diplomi delle relative diocesi, e nemmeno nella bolla di costituzione di Urbano II del 1093, dove tuttavia se Grassuliato non appare, come del resto tanti altri abitati, ciò si deve al fatto che in questo periodo essa fa parte della contea di Butera e del suo distretto, sotto il dominio del noto conte Enrico, cognato e genero del Gran Conte Ruggero. Nell'ultimo periodo poi della dominazione sveva la ricostruzione di Grassuliato ci appare del tutto completa, e in un diploma del 7 febbraio 1266 trovasi sotto la signoria di Pagano da Grassuliato; ma il castello però rimane demaniale per la sua particolare importanza, se in un precedente diploma del 1240 l'imperatore Federico lamentasi con Giovanni Vulcano "provisor castrorum", per esserne stato informato da Giacomo da Lentini, che la fortezza, della quale il Vulcano era castellano, manchi dell'indispensabile per le persone addette alla custodia, ordinando all'uopo che "pro necessariorum defectu castrum ipsum non remaneat immunitum". Si suppone in questo modo che la terra in questo periodo di tempo possa essere stata sotto la signoria di Giacomo da Lentini, altrimenti detto di San Basilio, imparentato direttamente con la famiglia di Giovanni Mazzarino, signore della vicina terra omonima, e con quel Riccardo da Lentini "prepositus edificiorum" dell'Imperatore. Però sotto il dominio degli Angiò la terra ritorna ancora demaniale, come il castello che in tutto questo periodo non ha finito di rimanere tale. Re Carlo in un diploma del 1270 lo obbliga al pagamento delle decime che deve con Avola, Mineo e Barrafranca al vescovo di Siracusa, indipendentemente da quelle che deve alla Reale Cappella di Palermo, mentre in un documento successivo del 1274 lo stesso sovrano cataloga il castello tra le fabbriche regie: "Castrum Garsiliatae per castellanum unum. Milites et servientes quattuor". Ma già è in gara con le altre città demaniali di Caltagirone, Ragusa e Butera, nel tentativo di espandersi nella sottostante pianura ai danni di Eraclia o Terranova (attuale Gela) ed ha già assunto l'ambito titolo di "Comitatus Grassuliati", di cui andrà fiero, quasi un decennio dopo, il suo nuovo signore Ruggero Passaneto, celebre durante la Guerra del Vespro per aver sollevato nel 1282 contro gli angioini, la contea e la terra di Mazzarino, secondo quanto scrive il Mugnos, e che appare ancora conte di Grassuliato nel Ruolo Feudale di Federico d'Aragona, iniziatore di una dinastia di valorosi, che si mostreranno altrettanto degni in tutti gli avvenimenti successivi. Bernardo Raimondo de Rebellis Conte di Grassuliato, strenuo difensore della nave regia, nella celebre battaglia di Capo d'Orlando, del 25 giugno 1299, sta a poppa accanto a Federico d'Aragona, mentre Ugone degli Eimpuri trovasi alla prua e Garzia Sancio accanto allo stendardo regio, quando a nulla vale il valore degli eroi e di Gombaldo de Insenga, "che vago di gloria e forsaneo di vendicare il suo nome, deturpato dal fratello traditore della Sicilia, cacciata la gomena, che li legava alle altre navi, la nimica fila investe", e muore arso di sangue, che perde da tutte le parti, trafitto da mille ferite, mentre cerca un attimo di riposo poggiando la testa sullo scudo, nè l'atto disperato dell'alfiere di Blasco d'Alagona, che nel vedere il suo signore ammainare la bandiera regia si toglie la vita urtando la testa contro l'albero della nave, mentre privo di sensi il giovane re viene sottratto alla prigionia, dopo che invano ha cercato la morte gloriosa in battaglia e rabbioso l'incontro con il fratello Giacomo. Ancora negli avvenimenti del 1302, e nelle vittorie che precedono la pace di Caltabellota, del 24 agosto dello stesso anno, si distingue nella battaglia di Aidone Riccardo Passaneto, conte di Grassuliato, il cui figlio Ruggero, che pur disobbedisce a re Pietro II, negli avvenimenti del 1338, viene reintegrato nei suoi stati dalla grazia sovrana. Il figlio di Riccardo, Blasco Passaneto, nuovo conte di Grassuliato, serve fedelmente Federico IV, fratello di Ludovico morto a 17 anni; poi quando il predominio dell'Isola viene conteso tra la nobiltà catalana e quella latina ed il regno sembra ancora una volta vacillare per la discesa degli Angioini di Napoli, che ancora non sanno rassegnarsi alla perdita dell'Isola, tra i fedelissimi della corona troviamo sempre Blasco Passaneto nei noti avvenimenti del 1374. Ma col successore chiamato con nomi diversi dagli storici e che si ribella a re Martino, inizia la rovina progressiva di Grassuliato, che viene data in feudo, nel 1393, a Niccolò Branciforti, barone della vicina terra di Mazzarino. Sotto questa famiglia rimane e la troviamo nel Ruolo di Martino del 1408: "Grassuliatum Comitatus et Castrum apud Platiam nobilis Thomasij de Brachilis Fortibus", figlio del precedente conte Niccolò, che si era segnalato nella ribellione di Piazza, e fratello di Federico barone di Mazzarino. Il figlio di quest'ultimo, Niccolò, riunisce ancora sotto la sua signoria la contea e la baronia, che da questo momento resteranno sempre unite per gli sforzi dei successori. L'inevitabile abbandono della contea non potrà più arginarsi, e tuttavia ancora sotto la signoria di Niccolò Branciforti, (figlio di Giovanni, figlio di Niccolò), che in tutti i contratti notarili della fine del XV secolo si firma sempre "Dominus Terrarum Mazareni, Grassuliati, Auguste, etc.", la terra appare ancora abitato da qualche vassallo ed in qualche contratto notarile coevo vi troviamo ancora magistrati in carica. Ma Luca Barberi che scrive qualche anno dopo la pone già tra i feudi rustici disabitati e soggetta al Mero e Misto Impero con Mazzarino, ed i feudi Gallitano, Gibiliusi, Alzacuda, Sofiana, Porcaria, Bauci, Mandrablanca, Candiacagghiuni, (casali una volta singolarmente abitati), che vengono a far parte della contea di Mazzarino, con privilegio del 21/2/1507 di Ferdinando il Cattolico a Niccolò Melchiorre Branciforti, signore anche delle terre di Augusta e di Melilli, che diviene il primo conte di Mazzarino e di Grassuliato e delle altre baronie restanti. Così la nobilissima famiglia che da tempo vive a Mazzarino, nel suo famoso palazzo, ornato da splendidi saloni, giardini a pian terreno ed anche pensili, cortili vastissimi con cisterne capaci, fondaco immenso tuttora visibile, magazzini, diecine e diecine di vani per servitori e vassalli (posti nella parte posteriore, fiancheggianti l'attuale via Principe di Butera), caserma e cortili per la compagnia feudale, aula giuratoria per il magistrato civico (che altrove si riunisce nella sagrestia della Chiesa Madre) ed un'altra per il giudicato ed i negozi pubblici, una cappella di palazzo, prigioni nei sotterranei dei vani di dietro ed un fortilizio attiguo che forma le attuali carceri, un elegante teatro, meglio sistemato e fatto ricostruire più tardi da Carlo Carafa, due tipografie tra le prime in questa zona, ecc. ecc., accoglie quanto di meglio trovasi nei suoi domini e nelle vicinanze: nobili ed agiati vassalli, proprietari di allodi e baroni di feudi rustici, magistrati comitali e municipali, religiosi, educatori, professionisti, notai, legali, artigiani, commercianti, finanzieri genovesi, pisani e di altre città del settentrione, catalani, qui attratti dal commercio del grano, funzionari regi, tutto un esercito insomma che si muove nei cortili e nelle stanze del palazzo, vasto come una reggia, che conferisce decoro e splendore alla cittadina, che intanto si sviluppa, viene ornata di strade, chiese, monasteri, palazzi privati, acquedotto, fontane ed abbeveratoi, sempre per iniziativa dell'illustre famiglia comitale, che presto si eleverà a primo titolo del regno, designata anche a sostituire la monarchia spagnola in un particolare momento della storia di Sicilia. In questo modo Mazzarino si inserisce nella rete economico-amministrativa e culturale degli altri abitati, intrecciando rapporti commerciali con la capitale, favorita in questa radicale rinascita, comune del resto a tanti altri centri dell'interno e vicini anche, dalla sua posizione topografica favorevole, al termine di un altipiano graduale dal mare verso l'interno che improvvisamente a nord, est ed ovest si affaccia sopra un vasto ed aperto panorama, contro l'isolamento tipicamente feudale di Grasuliato. E' logico perciò che gli ultimissimi restii vassalli di questa rocca, in questo periodo in cui più intimi diventano i rapporti con i loro signori, si spostino a Mazzarino, la quale offre loro quanto è possibile avere con i nuovi tempi, quando anche le magistrature comitali cominciano a ridursi e si riducono a quest'ultimo centro, comprese quelle giudiziarie, e le magistrature cittadine universitarie non ricevono più la conferma del conte, che ormai può imporre nelle due terre unificate i suoi magistrati, e sempre per ingrandire Mazzarino. Siamo
nell'epoca in cui i signori si occupano direttamente
dell'amministrazione delle loro terre, per intensificare con colture
appropriate e mezzi più moderni la produzione del suolo. Il sistema qui
si continuerà ancora per molto, a differenza che altrove, perchè i
Branciforti non sapranno allontanarsi dalla terra dei loro padri, quando
la maggior parte dei baroni si sposta nella capitale, dove costruisce
sontuosi palazzi in sfarzosa emulazione. Ma Grassuliato ridotto a feudo
rustico unito al territorio di Mazzarino finisce col diventare un
qualunque feudo che non risentirà negli anni successivi di quella crisi,
che per quanto relativa è stata da molti attuali economisti ingigantita
(oggi l'economia entra dapertutto come una volta lo studio della
teologia) e che assolutamente non può spiegarsi col prezzo del grano,
molto relativo, e di qualche altro genere, controllato coll'esportazione
per una particolare politica di difesa. La crisi del resto, che non si
avverte nemmeno negli stati vicini di Mazzarino e Pietraperzia, perché
anche qui i suoi signori non si allontaneranno, e perchè dopo la morte
di Dorotea Barresi, sorella di Pietro (figlio di Girolamo Di Matteo), i
due domini con altri feudi passeranno in dote alla famiglia Branciforti,
avrebbe inizio, sempre secondo certi economisti, dopo il primo ventennio
del XVI secolo, quando con il rincaro del grano, che del resto è come ho
detto molto relativo, i baroni bisognosi di danaro, dalla capitale dove
si vanno trasferendo, per far fronte agli impegni danno vita alla classe
cosiddetta dei Gabelloti od arrendatari (che troviamo tuttavia a
Barrafranca, Mazzarino, Pietraperzia, anche alla fine del XV secolo, e
precisamente nel periodo definito aureo dagli economisti, quando i
signori controllano direttamente le loro terre e ne incrementano la
produzione, come si può vedere dai molti documenti delle mie Notizie su
Convicino ecc.), mercanti senza scrupoli di provenienza e condizione
sociale diversa, e tra questi anche piccoli nobilotti, proprietari di
feudi rustici, che evolvono e si arricchiscono e con la ricchezza
arrivano, come i Bologna da Palermo, all'ambito titolo di principi,
coll'arrendare qui in questa zona territori interi di terre e feudi
rustici delle vicinanze. Avviene si che la gestione dei feudi e delle
terre feudali viene ad essere praticata da gente che non ha alcun
interesse a migliorare ma ad accumulare, ma è vero altresì che ciò non
influisce negativamente sul progresso iniziato, (come si è tentato di
dimostrare), che si continua invece, come dimostrano migliaia di
documenti ed il modo come sorgono tante e tante terre feudali, per tutto
il XVI secolo, per il successivo XVII e per buona parte del XVIII. Ma in
tutti i casi a Mazzarino, Butera, Barrafranca, Pietraperzia, ecc.,
riunite sotto lo stesso dominio, le cose vanno diversamente, perchè qui
i Branciforti incrementano direttamente le loro terre con impianti di
vigneti, uliveti, orti, ecc., e non somigliano per nulla a quei tali
signori di cui parla Pontieri, e che in effetti mancano qui nel periodo
di cui ci occupiamo, per cui se accanto a nobili che non hanno
l'importanza dei nostri vi si trova anche il principe di Pietraperzia
(l'episodio cui si allude è del XVIII sec.), ciò è dovuto alle solite
marachelle dei giovani ricchi di tutti i tempi. L'arrendamento poi,
causa di tutti i mali secondo giudizi molto superficiali che non si
rifanno alle fonti, avviene anche qui come è stato detto fin dalla fine
del XV secolo e lo vediamo praticato assieme alla enfiteusi in larga
scala, che è stata capace di saturare tutte le richieste per molte e
molte generazioni e per secoli. Ma l'arrendamento che qui è anche
mitigato dalla presenza dei signori e da quella dei loro governatori o
secreti, scelti da gente dignitosa e d'una certa classe, è motivato
anch'esso a sua volta di ulteriore ricchezza, per il richiamo di
terraggieri che presto, con l'accu-mulo di un piccolo capitale,
diventano anch'essi enfiteuti, in questi vastissimi stati, durante il
XVI, XVII, XVIII e parte anche del XIX secolo, mentre altri feudi non
saturati rimarranno indivisi fino ai nostri tempi e solo da poco
scompaiono per l'aumento sensibile della popolazione e per l'evoluzione
dei tempi. Comunque, qualunque cosa si dica su questa crisi ipotetica, è
certo che la maggior parte degli abitati dell'interno iniziano la loro
formazione da questo periodo, la quale si continua senza interruzione
nei secoli seguenti. Sorge in questo modo in seno alla terra feudale una
vita municipale, dove si differenzia quel ceto medio in rapporto diretto
colla terra che viene data in enfiteusi, che assurge presto a maggiore
dignità, e può adire alle cariche amministrative e baronali. Qui, in
questi vasti stati non c'è affatto "fame di terra", come non ce n'è in
qualsiasi altro luogo, e chi vuole lavorare viene anche rifornito di
attrezzi e di animali. Avviene un miglioramento di alto contenuto
sociale, in questa zona dove si costituisce presto una categoria di
benestanti, formata oltre che dagli enfiteuti, da mezzadri, proprietari
di animali, pastori, che trovano facilmente tutti i pascoli che
desiderano, mentre in nessun contratto stipulato dai Barresi o dai
Branciforti si fa mai accenno a "corvées", angarie e parangarie, da
parte dei vassalli, che invece godono dei diritti comuni nei vasti
demani comunali concessi dai signori. Vengono così dissodate terre con
le colture di cui ho già parlato, ma vengono anche tentate colture
specializzate e la frutticoltura in zone come le due contrade Pirito di
Barrafranca e Mazzarino, e presso il "viridarium Convicini" e presso il
suo " pomerium ", che vi esistono da data immemorabile e di cui abbiamo
la prima notizia ufficiale in documenti del XII secolo; si prova con
soddisfazione il cotone, il lino, la canapa, la canna da zucchero, e
financo il tabacco, sebbene la principale coltura rimanga sempre quella
del frumento, che costituisce il cespite principale. E' logico che in
queste condizioni venga a formarsi la classe degli artigiani del legno,
della pietra, del ferro, murifabbri, carpentieri, ecc., dei quali i
vecchi signori ed i nuovi arricchiti si servono per costruirsi belle
case, belle chiese dalla pietà soprattutto dei signori della terra, che
con queste popolano zone deserte dell'abitato, dovunque è possibile
prevedere uno sviluppo edilizio. La nuova classe non tarda fin
dall'inizio ad acquistare gli appellativi di don, spettabile, magnifico,
ecc., e la piccola nobiltà che di pari passo si sviluppa o con i frutti
della terra, o affermandosi con l'ingegno nelle arti libere, acquistando
titoli su terre ed allodi comprati, non si differenzia per nulla da
quella che vive nelle città da gran tempo. Ma accanto ai cittadini ed ai
forestieri, che popolano questi vecchi centri rinati, troviamo anche
docenti ed umanisti, attirati anche loro da guadagni e gli ultimi dal
mecenatismo dei signori, che imitano le corti degli stati continentali.
Altre volte quelli che qui si fermano e vi piantano famiglia sono
funzionari regi, fiscali e giudiziari, favoriti anch'essi dalla
provvidenza dei Branciforti che come i Barresi fanno costruire case
dappertutto, le quali vengono cedute con un minimo di affitto rateato,
così come oggi fanno tanti istituti nazionali, ma qui con le sole somme
dei padroni delle terre. Per Butera, sotto il dominio dei Santapau, la
situazione iniziale non è diversa, ma nonostante gli sforzi di Raimondo
juniore (signore anche di Licodia e di Occhialà, e dei feudi rustici
disabitati di Lalia, Raguleti, Mangalaviti, Maguli, Ciurfo, Marinco,
Menelao, ecc.), dei suoi successori e dei Branciforti subentrati in
questi domini, la rocca di Butera, rimane un punto morto, chiusa nella
vecchia cerchia, che non è possibile forzare e che impone dei limiti a
qualsiasi entusiasmo e buona volontà. Vi sorgono nuove case, bei palazzi
della nuova classe borghese e della nuova nobiltà, chiese, un ospedale
ed un Monte frumentario, un Monte di pegni perché vengano aiutati i
miserabili, mentre gli artigiani si organizzano attorno alle vecchie
confraternite religiose, con fine assistenziale reciproco. Ma tutto
questo serve solo a far sì che la rocca non si spopoli in questo
periodo, e sopravviva ai tempi, nella rinascita di tanti altri abitati
sopiti la maggior parte da secoli, quando le terre abitate come
Grassuliato scompaiono contemporaneamente, perché non rispondono più
alle nuove esigenze. Così il castello e la terra di Tavi, in piedi
ancora sotto la signoria di Artale Alagona ai tempi di re Ludovico
(precedentemente nel 1320 la troviamo sotto il dominio di Ruggero
Passe-neto Conte di Grassuliato e barone di Palagonia), e tristemente
ricordata durante la Guerra del Vespro per essere stata consegnata al
nemico da un soldato traditore, ucciso poi nel tram-busto seguito
all'apertura della porta, che decade definitivamente alla fine del XV
secolo; così la piccola terra di Rahal Giovanni (i vassalli preferiscono
in questo periodo i grandi feudatari terrieri ai piccoli nobili delle
città i quali cercano anche loro l'arrendamento dei grossi feudi per
sistemare i loro scarsi bilanci), in territorio di Enna tra il Salso e
il Morello di origine molto antica; il casale di San Vincenzo presso
Sofiana, che pur spopolato continua la sua magra esistenza ancora nel XV
secolo; il castello e la terra recintata di Fundrò sopravvissuta alla
distruzione di Federico d'Aragona ed alla divisione del suo territorio
tra le università di Piazza e Castrogiovanni, e per esclusivo merito dei
frati benedettini, ancora popolato nel XV secolo; il casale di
Tribillino o Albana scomparso definitivamente in questo pe-riodo; e
tanti altri ancora di cui esistono gli avanzi in questa zona. Ma se
molti sono gli abitati che scompaiono in questo periodo di rinascita
perché non hanno più ragione di esistere, più numerosi sono invece gli
altri che tramontano nel precedente di guerre e di anarchia; colla
differenza che mentre le terre ed i casali distrutti durante la guerra
AraboNormanna vengono quasi tutti ricostruiti dai Benedettini, compreso
il "Casale" di Piazza, in questa zona, di proprietà di questi religiosi
come definitivamente dimostra la parola "BONIFATUS", rinvenuta davanti
l'ingresso del corridoio della "Grande Caccia ", gli altri distrutti
posteriormente sotto gli ultimi Svevi e nel periodo Aragonese non
risorgono più. La lotta è contro il , "Regale Solium", centro spirituale
e materiale del Sacro Romano Impero, contro la "firmissima fidelium
Siculorum Insula... quae sola non negavit regem ", dalla quale poteva
divampare, secondo il sogno del Poeta, il fuoco unificatore dei tanti
staterelli e repubbliche in mano a mercanti ed a una piccola nobiltà
cittadina in lotta continua e nella visuale ristretta di "quei che un
muro ed una fossa serra". E perciò la lotta dopo la morte
dell'Imperatore Federico II di Svevia assume caratteri tragici. L'Impero
deve ancora una volta scomparire ed il papato non tollera altra autorità
terreno superiore alla sua. In questo modo Innocenzo IV, Alessandro IV,
il francese Martino IV, Bonifazio VIII succeduto a Celestino V
dimentichi che il loro è solo potere spirituale arrivano a favorire il
disordine facendo vagheggiare alle terre di Sicilia istituzioni
repubblicane e libere franchigie come nella città della Toscana
asservita alla corte di Roma, inviando preti e sollevando i popoli in
ogni luogo purchè l'unità non si compia e purchè il centro spirituale
dell'Impero, la Germania, venga definitivamente staccato dalla corona di
Sicilia, centro economico e geografico dello stesso impero e della
stessa corona. Lo sterminio della Casa Sveva e poi di quella Aragonese
diventa una missione per la chiesa, ma a nulla servono "le repubbliche
di vanità" e le istituzioni passeggere che si erano date alcune terre a
Città della Sicilia subito dopo i primi disordini della guerra del
Vespro. Naturalmente siamo molto lontani in questo periodo dalle
considerazioni del Croce, perché si può fare il ragionamento opposto
sulla sciagura toccata al regno unito di Napoli e Sicilia per la Guerra
del Vespro. Le terre ed i casali distrutti in questo periodo e non
risorti, costituiscono oggi i tanti feudi rustici delle attuali città e
degli abitati minori e la Sicilia ancora ne lamenta i danni. Così il
casale fortificato che sorgeva sul Monte Navone, oggi in territorio di
Piazza, distrutto per l'infedeltà di Giovanni Barresi a Federico
d'Aragona; la terra fortificata di Fundrò che tuttavia vive fino al XV
secolo ed oggi pure in territorio di Piazza; i casali di Friddani,
Polino, Geraci, floridi dal XII al XIV secolo; il casale su Montagna di
Marzo col suo fortilizio, potenziato da Federico IV d'Aragona, dove si
trovano ricchi avanzi di una antica civiltà sicula, greca, ellenistica,
romana, bizantina ed arabo-normanna; i castelli abitati di Rossomanno e
di Gresti oggi in territorio di Aidone, presso Valguarnera, i casali di
Rabutano e della Gatta presso Piazza; quelli della Mastra, di Gilbiscemi,
Bubbonia e Favara (con una torre araba al centro di un piccolo abitato
coevo sorto su un precedente predio romano), in territorio di Mazzarino;
di Aliano, Rambaldo, Gallitano e tanti altri ancora da esplorarsi, se
veramente si vuole fare un lavoro sistematico di ricerca in questa zona
interna della Sicilia mai studiata e appena saggiata in questi ultimi
anni, nella speranza che ancora oggi possa arrivarsi in tempo, e gli
uomini responsabili, come a Sofiana, possano salvare quanto è ancora
possibile. Da notare infine che le città fortificate in genere
raccolgono nelle loro mura i sopravvissuti dei casali e delle terre
vicine. E' il caso di Castrogiovanni, di Piazza e della stessa Aidone;
ma già coi tempi nuovi, e col superamento delle vecchie forme di difesa,
sono i centri abitati come Mazzarino e Barrafranca, posti in luoghi
accessibili e lungo strade praticate, che si popolano, accogliendo nelle
loro case in continuo aumento e nelle loro terre che vengono censite,
quanti errano in cerca di un lavoro più comodo e meglio remunerato. I
baroni poi gareggiano con concessioni e franchigie, e molti sono gli
abitati che sorgono "ex novo". Ma il risveglio non è graduale dovunque,
perché non bisogna dimenticare (e questo sta ancora a dimostrare che la
crisi vista negli anni posteriori non esiste), che delle trentasette
licenze rilasciate ai baroni dalla autorità regia, e molti non ne hanno
bisogno perché le loro terre esistono "ab antiquo", ne vengono
utilizzate pochissime, e gli abitati sorti nei primi del XVI secolo non
arrivano alla mezza dozzina, mentre molti sorgeranno dopo, impediti solo
e quasi sempre dalla gelosia dei paesi vicini. Il castello di
Grassuliato, ormai deserto non potrà più nemmeno utilizzarsi come
fattoria del nuovo feudo rustico, poiché la maggior parte delle
cosiddette "Massarie", con le loro trasformazioni millenarie risalgono
ad epoca molto antica e con le immancabili attigue necropoli: a Geraci,
Geracello, Santo Antonino, Nicola, Sciortabino, ecc. presso Enna; a
Montagna di Marzo, Friddani, Polino, Albana, Rabutano, ecc. tra Piazza e
Barrafranca; sul Gibli, a Cuccuvaia, Mastra, Pileri, Contessa, San
Giacomo presso Mazzarino; a Galati, Case Vicario, Santa Croce, Giardini
e Bosco, ecc. presso Barrafranca e in tante altre località ancora da
esplorare. Gli scavi di Butera, Sofiana e Bubbonia e di poche altre
località in provincia di Caltanissetta, che avrebbero dovuto iniziare lo
studio sistematico dell'interno dell'isola, sono fermi ormai da tempo,
limitati a piccole zone. Purtroppo per mille motivi di ordine tecnico
l'interno è ancora sconosciuto e tra l'altro sarà ancora per poco
visibile dal ridente belvedere di Santa Maria del Mazzaro l'ormai
cadente castello di Grassuliato, al centro della fertile vallata, che a
sud si apre verso la vasta piana di Gela, a nord verso il Brajemi e
Barrafranca, ad est verso Piazza e Caltagirone e ad ovest si arrampica
verso la collina di Mazzarino. L'aratro meccanico che sprofonda sempre
più in zone più vaste, sfruttate una volta solo a scopo di pascolo,
disperderà fra poco ogni traccia, e se qualche dato positivo è stato
possibile raggiungere, ciò è dovuto essenzialmente alla passione e
preparazione di studiosi locali, che il non mai tanto spetta sempre ai
"locali", hanno avuto indubbiamente il merito di segnalare tante e tante
località dell'interno, che altrimenti sarebbero rimaste sconosciute,
all'attenzione di emeriti compianto Biagio Pace chiamava seri, perchè
assurda era per lui la distinzione tra professionisti e dilettanti,
spesso posta, come diceva, proprio da professionisti non seri, la quale
doveva invece porsi nei termini di gente seria e non seria. I sommi sono
legati da principi comuni e non possono che godere, giammai immiserirsi,
quando un estraneo alla loro disciplina, vi si dedica con amore e
competenza, cui sempre associa la conoscenza dei luoghi, immancabile e
di primissima importanza negli studi di topografia storica, spesso
condotti da stranieri. Così Antonino De Stefano, Francesco Giunta,
Monsignor Pottino e tanti altri ancora, incoraggiando questi studi e
cercando "collaboratori e mezzi" anche nell'interno della Sicilia ed
"alimentando la fiamma", in riviste specializzate, in quanti
"generosamente collaborano per chi dirige (F. Pottino, Relazione del
Segretario Generale della Società di Storia Patria Siciliana, in ASS,
Palermo S. III, vol. VI, 1954, p. 284), hanno incrementato anche qui
nella nostra zona una serie di lavori, che se hanno influito poco a
spronare le ricerche archeologiche, e di questo poco il merito
principale studiosi come il soprintendente Bernabò Brea, il coltissimo
professore Vinicio Gentili, e tanti altri ancora, tutti animati da
squisita comprensione, sensibilità ed intelligenza nell'arduo compito e
negli sforzi talvolta imponenti, intervenendo spesso anche di persona.
"I centri minori sono solo disdegnati dai pavidi e dai superficiali,
quasi l'apporto creativo dell'entusiasmo umano potesse conoscere un
limite dal campo in cui è esercitato", mentre proprio per questi le
fonti ed i documenti sono rari e difficili a trovare nell'ansia
indescrivibile della ricerca e nella gioia improvvisa che da il
documento avidamente ricercato, e nella delusione di quello che non si
trova nella polvere secolare degli archivi, nei documenti pubblicati e
nelle opere storiche, mentre per i centri maggiori tutto si presenta più
semplice ed il lavoro si riduce ad una consultazione e valutazione di
libri e documenti conosciuti in anticipo. La storia della Sicilia non si
limita ai grossi abitati e alle sole città, ma deve estendersi anche ai
centri minori, ognuno dei quali per la sua parte ha dato il suo
contributo creativo, ha avuto una sua volontà, gioie e sofferenze, e
rappresenta nell'organismo della storia stessa una sua parte, piccola o
grande, importante o meno, ma sempre necessaria alla sua organicità e
funzionalità ed al suo divenire. |
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