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Scorcio del centro storico

 

Chiesa di Maria SS del Mazzaro

 

  
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Antico borgo feudale a cinquecento metri d’altezza, diventata una piccola capitale politico-culturale grazie al Carafa Branciforti principe di Butera, la città si arricchì, fra il  XVII e il XVIII  secolo, di monumenti di notevole qualità, fra i quali oltre venticinque chiese di quasi tutti gli ordini religiosi. Dominata dalla mole del castello, di probabili origini romano-bizantine, potenziato poi dai Normanni, Mazzarino è uno dei centri storici più interessanti della Sicilia. Possiede un impianto urbanistico che risale al ‘700, segnato da un lungo asse che si apre ritmicamente a formare piazze e slarghi, dove si trovano le principali architetture barocche e i severi palazzi ottocenteschi.

Mazzarino è oggi un Comune della provincia di Caltanissetta che sorge a metà strada tra il capoluogo e Gela, a 533 metri sul livello del mare, adagiato su un crinale degradante verso sud-sud ovest. Antico borgo feudale, l’impianto urbanistico evidenzia la successione storica del suo sviluppo con una tipologia che segue la giacitura orografica del sito nella parte centrale e nord-orientale dell’attuale città con comparti assai frastagliati. A valle del lungo corso, che taglia longitudinalmente l’intero abitato, l’organizzazione planimetrica del costruito va gradualmente regolarizzandosi fino a raggiungere una orditura per assi nella zona sud occidentale sviluppatasi tra il ‘700 e l’800. Almeno fino alla metà del ‘700, allorché l’insediamento di grandi strutture edilizie modifica sostanzialmente la funzione dell’attuale corso, l’articolazione spaziale dell’abitato è funzionale ad un sistema viario, da e per la campagna, che collega il centro urbano al suo territorio senza soluzioni di continuità. Città mai murata, Mazzarino si caratterizzava per l’intersezione, al centro dell’abitato, delle due arterie di collegamento, le attuali vie Concezione e San Giuseppe incrociando il corso, che all’origine segnavano il confine dei feudi sui quali sorse l’insediamento, diventando poi il limite interno dei quattro quartieri o rioni che lo costituivano. Fino a tutto il ‘500 l’abitato doveva essere limitato alla parte a monte del corso, dove si era sviluppato longitudinalmente congiungendo i due nuclei più antichi di origine medioevale, quello esistente nei dintorni del castello con l’altro compreso tra l’attuale chiesa di Maria SS. del Mazzaro e la chiesa del SS. Crocifisso dell’Olmo. La Chiesa Madre era, allora, la chiesa di Sant’Agata, nei pressi del castello, attuale chiesa del SS. Crocifisso dei Miracoli, e il corso principale era rappresentato dall’attuale via Bartolotta. A nord era la grande mole del castello, isolato e inaccessibile rispetto al borgo, attestato sul ripido crinale che chiude su questo versante ogni possibile sviluppo dell’abitato. Di probabile impianto romano-bizantino, il castello di Mazzarino (Castelvecchio, per distinguerlo forse da altra fortezza di più recente costruzione nell’ambito del paese e di cui non rimane memoria) era stato certamente potenziato dai Normanni durante le fasi della conquista e, successivamente, nel corso del ‘300, era stato nuovamente interessato da grandi lavori di fortificazione nel momento in cui la situazione politica generale vedeva lo scontro tra chiaramontani e catalani: erano state alzate le torri e le mura di cinta, rifatti la merlatura e il bastione perimetrale. Cessate le guerre feudali con l’avvento del regno aragonese. viene a mancare la funzione difensiva della fortezza, diventata solo residenza della signoria locale, che verso la fine del ‘400 vi esegue lavori per adeguare la fabbrica alle mutate condizioni e alle nuove esigenze abitative e di rappresentanza del feudatario. La posizione del castello rispetto all’abitato e la presenza dell’antica Chiesa Madre nei suoi pressi porta a rivalutare la tesi, purtroppo non verificabile, secondo la quale alle pendici della fortezza si sviluppava un nucleo abitato di una certa consistenza,andato poi distrutto per effetto di una gigantesca frana che aveva travolto uomini e cose, lasciando il castello collegato al paese solo attraverso lo stretto passaggio attuale. Durante il ‘600 l’impianto urbanistico tende a stabilizzarsi con la costruzione della chiesa e del convento dei Padri Carmelitani (attuale Municipio) e, soprattutto, con la costruzione del palazzo Branciforti, dove la signoria feudale, abbandonato il castello nel quale risiedeva, si trasferisce intorno alla metà del XVII secolo. La fine del ‘600 vede la città al massimo del suo splendore. Sotto Carlo Maria Carafa (1651-1695), che vive a Mazzarino per vent' anni, dal 1675 alla morte, la città diventa il centro politico e culturale di un territorio vastissimo, in diretto antagonismo. sotto il profilo urbanistico ed edilizio, con le città demaniali dell’interno. Possiamo immaginare la città in questo periodo. Sotto il profilo dello sviluppo urbanistico, essa corrisponde perfettamente all’iconografia di Mazzarino, ormai familiare, dipinta nella metà del ‘700 in uno dei sovrapporta di palazzo Butera, a Palermo. L’abitato copre una superficie notevolissima, oltre 300.000 metri quadrati. Ma è la qualità e consistenza dell’edilizia monumentale al suo interno che è stupefacente. Sono rappresentati tutti, o quasi tutti, gli ordini religiosi: i Gesuiti, nella chiesa di S Sant'ignazio e annesso; collegio Carmelitani, nella chiesa e convento di Santa Maria del Carmelo; i Domenicani, nella chiesa e convento di San Domenico; le Benedettine, nella chiesa e monastero di Sant’Anna; i Minori Riformati, a Santa Maria di Gesù; i Cappuccini, nell’omonimo convento. Si contano non meno di venticinque chiese, molte di proporzioni grandiose, e numerosi palazzi, sui quali primeggia, per ricchezza e dimensioni, quello dei Branciforti, ulteriormente ampliato e abbellito dal Carafa negli anni della sua vita mazzarinese. Nella prima metà del ‘700 l’impianto urbano è definito e assestato. Si regge ormai sul lungo asse del corso che si apre ritmicamente per formare piazze e slarghi dove si attestano le emergenze monumentali. A conferma della compiutezza del disegno urbano di Mazzarino già alla metà del ‘700, è assai utile il raffronto tra la pianta della città rappresentata nel sovrapporta di palazzo Butera e la mappa catastale del 1876. Questa mappa, eseguita dai tecnici del catasto di Catania tra l'agosto del 1875 e l’aprile del 1876 con accuratezza e tecnica scientifica dettata da norme codificate, consente la verifica puntuale dei "fatti" urbani e architettonici; a onore e merito dell’ignoto pittore di palazzo Butera, si deve riconoscere che la corrispondenza tra la planimetria catastale del 1876 e la "rappresentazione" virtuale della proprietà feudale è notevole. L’importanza che le due mappe rivestono ai fini dell’analisi storica risulta evidente. La planimetria catastale, nel "fotografare" la consistenza edilizia dell’abitato del 1876, consente anche di delineare lo sviluppo urbano della città settecentesca. Per tutto l’800 non c’è espansione urbanistica. Soltanto dopo la Grande Guerra del 1915-’18 la città si amplia verso sud-est, nell’area dell’ex silva, cioè dell’orto, dei Padri Domenicani, e verso sud-sud ovest per successiva aggregazione di isolati in linea. Ciò che, invece, caratterizza il XIX secolo è un consistente fenomeno di sostituzione edilizia ad opera dell’emergente borghesia rurale, grande e media, che soppianta come classe egemone la decaduta aristocrazia. Si assiste così alla realizzazione di numerosi palazzi e palazzetti, alcuni di notevole pregio architettonico, che vengono costruiti lungo le strade più importanti in sostituzione della minuta edilizia preesistente. Il fenomeno è ragguardevole. Fino alla metà del ‘700, a parte palazzo Branciforti e pochi altri palazzi della nobiltà locale, l’edilizia monumentale è tutta religiosa, con chiese e case conventuali che polarizzano l’interesse e le risorse della città. Da questo periodo in poi, invece, è l’edilizia residenziale che prevale per quantità, consistenza e qualità architettonica, tanto da potere affermare che sul lungo corso e sulle strade principali è la compatta e severa architettura ottocentesca a rappresentare il carattere prevalente dell’insediamento, puntualmente interrotta dalle grandi architetture del secolo precedente. Le demolizioni e ricostruzioni successive, dall’ultima guerra ad oggi, hanno stravolto un centro storico tra i più interessanti della Sicilia. Asse portante del centro storico, come si è detto, è il corso, dove, oltre a convergere la fitta rete della viabilità secondaria, si aprono piazze e slarghi in corrispondenza delle emergenze architettoniche che tratteggiano l’insediamento. Le "testate" del corso sono, rispettivamente, la chiesa di Maria SS. del Mazzaro, a est, costruita nel 1782 sui resti di una precedente chiesa, e la chiesa e convento di Santa Maria di Gesù, a ovest, sorti nella metà del ‘500. Tra i due edifici, appunto, si sviluppa la lunga arteria - circa un chilometro - ricca di suggestioni rappresentate dal quasi continuo avvicendarsi di edifici religiosi e palazzi signorili. Da est a ovest, volendo sottolineare gli episodi architettonici più significativi, ritroviamo il complesso di San Domenico, edificato agli inizi del XVI secolo. La chiesa, intitolata a Santa Maria del Soccorso, fu completata solo nella seconda metà dell’800; mentre il convento, con la soppressione dei beni ecclesiastici nel 1866, fu adibito a caserma dei Carabinieri. In questa circostanza, andò dispersa la ricca biblioteca custodita dai frati. L’orto di pertinenza del convento, che si estendeva per oltre due ettari, divenne alla fine dell’800 una zona di espansione della città, con isolati a comparti regolari. Sulla piazza, insieme al complesso di San Domenico, si ergevano anche il monastero e la chiesa di Sant’Anna, fondati nel 1655. Il complesso conventuale, che occupava una superficie di quasi tremila metri quadrati, fu poi demolito per costruire l’attuale scuola materna ed elementare. Dopo la piazza San Domenico segue la piazza della Matrice, dove si trova la grande Chiesa Madre intitolata a Santa Maria della Neve. Essa viene fondata alla fine del XVII secolo per iniziativa del principe Carlo Maria Carafa, che morirà poco dopo. Il progetto del tempio - attribuito all’architetto gesuita Angelo Italia, che ritroviamo più volte a Mazzarino negli anni 1685, 1688 e 1692 - prevedeva un' unica navata voltata a botte di proporzioni grandiose; con la morte del Carafa e dello stesso architetto Italia, la chiesa rimase incompiuta, anche per le difficoltà poste dalla costruzione di una volta di tali dimensioni. Fu completata soltanto intorno alla metà dell’800 con modifiche sostanziali del progetto originario, trasformando in tre navate la prevista navata unica. Della magnificenza e grandiosità barocca è rimasto il prospetto principale, ancorché incompiuto, che doveva costituire una quinta scenica in prospettiva al palazzo del principe. La residenza della signoria feu dale. palazzo Branciforti, era stata fatta costruire da Giuseppe Branciforti intorno al 1650. e successivamente ampliata ed abbellita dallo stesso Carafa che vi aveva impiantato anche un teatro e una tipografia. Si estendeva per oltre quattromila metri quadrati (forse molti di più se si convalidasse l’ipotesi che il palazzo si sviluppava ben al di là dell’attuale via Butera, inglobando anche il vecchio carcere), con decine e decine di vani adibiti alle diverse esigenze del principe e a magazzini ed alloggio di una servitù numerosa come un piccolo esercito. Di questo grandioso palazzo rimane oggi solo una parte, che tuttavia conserva ancora intatta la suggestione di una antica nobiltà. Accanto al palazzo c’è la chiesa e il collegio dei Gesuiti. Il diretto rapporto fisico che esisteva un tempo tra il complesso gesuitico e la sede del potere feudale è oggi stemperato dalla cortina di case costruite lungo il corso, che ha relegato in secondo piano uno dei monumenti più importanti della città. In effetti, il palazzo Branciforti, nella visione urbanistica del Carafa, era baricentrico rispetto ai due spazi che si aprivano in corrispondenza della Chiesa Madre e del complesso del collegio dei Gesuiti. Iniziata la costruzione nel 1694, un anno prima della morte del principe, che nel testamento dettò disposizioni per la realizzazione dell’opera, la chiesa, intitolata a Sant’Ignazio da Lojola (fondatore della Compagnia di Gesù), fu ultimata nel 1718, mentre il collegio, probabilmente per mancanza di fondi, rimase incompleto del porticato e del secondo livello del prospetto principale. Q nasi certamente Angelo Italia partecipò al progetto del complesso gesuitico. Sarebbe, infatti, strano il contrario, considerato che l’architetto gesuita frequentava in quegli anni Mazzarino sia per il progetto della Matrice, sia per la realizzazione della residenza nobiliare del conte Andrea Adonnino, palazzo Adonnino, sito più a ovest lungo il corso, poi demolito nella seconda metà dell’800 per la costruzione in sua vece del palazzo Alberti. Nella fabbrica del collegio (chiesa e casa), pur ritrovando i caratteri morfologici e tipologici propri degli impianti gesuitici -che dovevano adattarsi alle esigenze del culto e della didattica e, allo stesso tempo, agli usi della Compagnia, definiti modo nostro -si evidenziano i legami con le esperienze architettoniche che contemporaneamente si svolgono nel vicino Val di Noto. Legami diretti, considerato che Carlo Maria Carafa è anche signore della terra di Occhiolà (l’odierna Grammichele, il cui disegno urbano è attribuito allo stesso principe, coadiuvato dall’architetto gesuita Michele La Ferla). dove il Barocco siciliano si esprime ai massimi livelli. C'è da considerare. ancora. che l'insedìamento di un collegio gesuitico riveste un’importanza che supera il fatto religioso. E noto, infatti, che in Sicilia la Compagnia di Gesù si localizzava solitamente in città demaniali. Mazzarino, città feudale, rappresenta quasi un’ eccezione (insieme a Bivona, Caltanissetta, Regalbuto e Scicli), ad ulteriore conferma dell’importanza del nostro centro alla fine del ‘600. Proseguendo verso occidente, il successivo slargo del corso si apre in corrispondenza del complesso conventuale dei Carmelitani (attuale Municipio). Il convento e la chiesa, intitolata a Santa Ilaria del Carmelo, furono edificati nella metà del ‘600 per iniziativa di Giuseppe Branciforti, che successivamente (1664-’65) promosse l’ampliamento della chiesa e l’erezione della grande cupola. Nel braccio destro del transetto, si ritrova il sarcofago in marmo rosso con le spoglie del principe fondatore, il quale, particolarmente devoto alla Vergine del Carmelo, dispose di essere seppellito all’interno della chiesa. Il convento, adibito dalla confisca del 1867 a sede dell’amministrazione civica, si sviluppa intorno ad un porticato centrale, in una nicchia del quale venne posto il monumento funerario e il sarcofago di Giovanni Branciforti, di pregevolissima fattura, che - realizzato intorno al 1470 - prima della costruzione del convento era stato custodito in altro luogo. La chiesa di Santa Lucia, con il prospetto principale orientato verso ponente, delimita ad est un tratto del corso che si caratterizza per la maggiore larghezza e per la densità di presenze monumentali: in 150 metri di strada troviamo, appunto, la chiesa di Santa Lucia, un palazzo signorile del XVII secolo con pregevoli mensoloni in pietra lavorata, palazzo Bivona, palazzo Alberti e quel che resta della chiesa di San Rocco. La chiesa di Santa Lucia dovrebbe risalire come impianto al XV secolo, mentre gli elementi stilistici e di caratterizzazione architettonica che oggi la contraddistinguono sono della metà del ‘700, quando fu restaurata afundamentis, come si rileva da un’iscrizione. Probabilmente, alla chiesa era annesso fino al 1530 quel convento di frati benedettini citato da Rocco Pirri nella sua Sicilia Sacra. Il palazzo del marchese Bivona, costruito intorno alla metà del ‘700, occupava un’area più vasta, inglobando un giardino e la coeva chiesa di San Rocco. Mentre il palazzo testimonia ancora il gusto del tempo, con un prospetto ricco di pregevoli elementi architettonici, la chiesa è stata demolita negli anni Cinquanta del nostro secolo, ed è rimasta la sola facciata occidentale, inglobata in un anonimo edificio contemporaneo. Sull’altro lato del corso, di fronte a palazzo Bivona, troviamo palazzo Alberti. Sui resti della nobile famiglia degli Adonnino, che avevano abitato a Mazzarino sino alla fine del ‘600, Antonio Alberti, nel 1883, su disegno dell’ingegnere Leopoldo Veggiotti, fece costruire l’attuale edificio. Questo grandioso palazzo rimase incompleto rispetto al progetto originario, che doveva prevedere la composizione architettonica del prospetto con un asse di simmetria sul portale d’ingresso. Furono, invece, edificati soltanto il lato est e pochi vani del lato opposto, determinando lo squilibrio compositivo della facciata sul corso. L’ingegnere Veggiotti, progettista del palazzo, risulta essere uno dei due tecnici che lavorarono alla stesura della mappa catastale del 1876. L’ultima parte del corso, compreso tra lo slargo generato dall’incrocio tra lo stesso e la strada statale che, provenendo da Caltanissetta, prosegue per Gela, si conclude con la chiesa di Santa Maria di Gesù e con l’amnesso convento. Questo complesso conventuale, fino al 1876, come documentato dalla mappa catastale di quell’anno, sorgeva isolato a sud del corso e aveva un orto di pertinenza di circa due ettari. Alla chiesa, edificata nella prima metà del XV secolo e dedicata a Sant’Ippolito, fu successivamente aggregato (1573) un convento di frati sotto la regola dei Minori Osservanti. Nel 1689, con il sostegno del Carafa (lo testimonia lo stemma nobiliare posto sopra il portale del convento), il complesso fu interessato da grandi lavori di ristrutturazione che portarono all’ampliamento del convento, poi occupato dai Padri Minori Riformati; in questa occasione, la chiesa venne intitolata a Santa Maria di Gesù. Palazzo Nicastro e palazzo De Maria, costruiti nella seconda metà dell’800, sono gli edifici civili di maggiore rilievo in questa parte del corso, sul quale insisteva, già dal ‘700 e completamente edificato, il quartiere Borgo. L’elencazione che precede si riferisce a edifici che fronteggiano (o fronteggiavano, come il caso del complesso gesuitico) il corso principale di Mazzarino, oggi corso Vittorio Emanuele, ma molte altre fabbriche di interesse storico e architettonico si rilevano all’interno e ai margini dell’attuale abitato. Del vecchio castello si è già detto. A pianta quadrangolare, con quattro torri cilindriche ai vertici, era munito di un terrapieno bastionato che lo cingeva per tutto il perimetro. Della grande mole della fortezza sono rimasti pochi ruderi, che tuttavia, ancora imponenti si stagliano sullo sky-line del paesaggio caratterizzando il paese. Ai piedi del castello si trova la chiesetta di San Francesco di Paola. Nella configurazione attuale, essa risale alla prima metà del XIIV secolo, ma fu edificata su un precedente impianto, forse di epoca bizantina, che recenti restauri hanno messo in luce. Alla chiesa, intitolata in origine a San Corrado, era stato aggiunto un piccolo cenobio (demolito in tempi recenti), abitato da monaci carmelitani fino alla metà del ‘600 e, successivamente, da eremiti e viandanti. Un’altra chiesa, dedicata prima a Sant’Agata e poi al SS. Crocifisso dei Miracoli, si erge poco distante. Chiesa Madre di Mazzarino fino alla metà del ‘600, essa fu interessata da lavori nella metà dell’800 che ne modificarono l’antico impianto. Anche lichiesa della Concezione, sull’omonima piazzetta, è di antica fondazione. Sorse, probabilmente tra il XIV e il XV secolo sotto il titolo di Maria SS. della Catena, con annesso un piccolo convento, non più esistente, abitato da monaci fino alla metà del ‘600. Sul finire dello stesso secolo, venne innalzato il campanile e furono effettuati lavori di ristrutturazione che. portarono la chiesa alla configurazione architettonica attuale. All’800, invece, risalgono molte decorazioni e arredi dell’interno. La Chiesa del SS. Crocifisso dell’Olmo è situata lungo la strada che costeggia l’abitato a nord-nord est, a in argine dell’invalicabile vaIlone che ha impedito lo sviluppo della città verso queste direttrici. E (la annoverare fra le chiese più antiche di Mazzarino, anche se nulla è oggi visibile del primitivo impianto medioevale; nel 1756 il marchese Filippo Bivona, come testimonia una lapide interna, ricostruì la chiesa dalle fondamenta; particolarmente pregevole il panile con copertura a tronco di cono rivestita di maioliche. A sud del corso, quasi a denunciare il maggiore lignaggio di questa parte di abitato, si ritrovano solo tre piccole chiese ubicate a poca distanza l’una dall’altra: la chiesa di San Giuseppe, sulla omonima via che traversa il corso, la cui costruzione dovrebbe risalire agli inizi del ‘700 e che si caratterizza per il campanile simile a quello della chiesa del Signore dell’Olmo; la chiesa di Maria SS. delle Lacrime, a pianta circolare, (Iella prima metà del ‘600; e la coeva chiesa dello Spirito Santo. Più di un cenno meriterebbe il complesso dei Cappuccini, che sorge a valle e all’esterno della città, nella zona dove la tradizione vuole sì sviluppasse l’antico abitato di Mazzarino. La chiesa fu edificata agli inizi del XII secolo e successivamente modificata nella seconda metà del ‘500, quando venne realizzato in aderenza il grande convento francescano. Chiesa e convento hanno subito continui interventi che hanno alterato l’originaria architettura. Nel 1873, parte dell’antica si/va fu occupata dalla costruzione del primo cimitero.


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