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La fiera città di monte Bubbonia di Domenico Pancucci |
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In territorio di Mazzarino e a controllo della piana di Cela, sorgono le importanti testimonianze di un insediamento frequentato sin dalla fine dell’VIII secolo a.C., forse l’antica Maktorion di cui parla Erodoto. Scoperto ai primi del ‘900 da Paolo Orsi, gli scavi sull’acropoli hanno messo in luce resti di una torre, di un tempietto e di una caserma, oltre a numerose tombe colme di corredi funerari. Si trattava, probabilmente, di un centro indigeno ellenizzato che non rinunciò mai completamente alle proprie tradizioni, e che potrebbe confermare la lotta di penetrazione condotta dai Siculi e dai Greci ai danni dei Sicani verso l’occidente e l’interno dell’isola. In territorio di Mazzarino, circa venti km a nord-est di Gela, circondato da due piccoli ed anonimi corsi d’acqua, sorge il rilievo di monte Bubbonia. I fianchi, erti e scoscesi a meridione e a ponente, più acclivi a levante, da dove oggi come in antico si accede alla sommità, sono completamente rimboschiti. Dalla vetta (595 metri sul livello del mare) si gode la vista di larga parte del territorio circostante: a sud, quasi tutto il tratto di costa compreso tra Falconara e Camarina; ad est, una serie di basse collinette, dietro di esse Caltagirone e tutta la linea dei Monti Iblei; ad ovest, Butera; a nord, Piazza Armerina e monte Navone; a nord-ovest, in primo piano, l’ardita e quasi inaccessibile vetta piramidale di monte Formaggio e, sullo sfondo, Mazzarino col suo castello. La scoperta del sito è opera di Paolo Orsi, l’illustre archeologo roveretano (1859-193 5) che dedicò quasi interamente la vita all’esplorazione archeologica della Sicilia. Determinanti per l’inizio dell’indagine furono le segnalazioni di alcuni rinvenimenti effettuati sul monte e la denominazione tradizionale, tuttora viva a Mazzarino, di "Montagna della Città" o "Cittadella". Sulla base di queste indicazioni, l’Orsi condusse nel 1904 un’indagine preliminare e, nel 1905 e 1906, due campagne di scavo, in seguito alle quali stabilì che si trattava di un importante centro indigeno sorto in epoca protostorica ed ellenizzato da Gela nel VI secolo a. C. Le ricerche interessarono la piattaforma occidentale, che lo studioso identificò con l’acropoli della città; le due terrazze poste ad est, dove ritenne dovesse svilupparsi l’abitato; oltre che le pendici settentrionali ove fu identificata la necropoli. Gli scavi condotti sull’acropoli misero in luce i muri perimetrali di un lungo e stretto edificio (metri 50 per 7,50), in parte costruito con pietre a secco e in parte con grossi blocchi squadrati, in cui si riconobbe l’anaktoron (dimora del principe) del VI-V secolo a. C. La necropoli restituì trentacinque tombe, i cui corredi, costituiti da piccoli bronzi (fibule, anelli, armille), statuette fittili, ceramica corinzia, ionica ed attica, nonché di produzione indigena, datavano tra la fine del VI e gli inizi del V secolo a. C. Il mancato ritrovamento di opere di fortificazione, ad eccezione di un muro, orientato in senso nord-sud datato al VI secolo a. C., che delimitava ad est l’acropoli isolandola dal resto dell’abitato, portò Orsi a definire il sito una polis ateichistos, ovvero una città priva di fortificazioni, e d’altra parte i fianchi erti e scoscesi non richiedevano alcun sistema difensivo. Seguì un lungo abbandono fino al 1955, quando Dinu Adamesteanu, nell’ambito dell’indagine promossa dalla Soprintendenza alle Antichità di Agrigento sull’ellenizzazione dei centri indigeni a settentrione di Gela, condusse una breve campagna di scavo. Lo studioso affrontò, in primo luogo, il problema delle fortificazioni e, basandosi sullo studio delle foto aeree, individuò un lungo muro (ben cinque km di perimetro) che recingeva per intero la città. Lo scavo vero e proprio interessò la zona del cosiddetto anaktoron, dove risultarono esistere non una, bensì due costruzioni, di epoca e destinazione diversa: la struttura a grossi blocchi squadrati sarebbe stata parte di un tempietto costruito nel VI e distrutto nel IV secolo a. C., mentre la struttura formata da pietre irregolari a secco sarebbe stata una caserma, edificata nel IV secolo, con la parziale riutilizzazione dei blocchi del tempietto. La prosecuzione delle ricerche nella necropoli permise, poi, di mettere in luce, in due diverse zone del monte, altre dieci tombe databili tra la fine dell’VIII - inizi del VII e il VI secolo. Dopo un altro periodo di stasi, nel 1972 la Soprintendenza di Agrigento riprese le ricerche, sotto la direzione di chi scrive concentrandole sull’acropoli e nella necropoli, devastata dai tombaroli. I risultati emersi dagli scavi e una serie di osservazioni sulle murature già da tempo in luce hanno permesso in parte di avvalorare e in parte di rivedere le conclusioni dei due precedenti scavatori, e comunque di tracciare una nuova e più completa storia delle fasi di frequentazione dell’acropoli di monte Bubbonia. La sommità fu frequentata sin dalla fine dell’VIII - inizi del VII secolo a. C., forse con intenti cultuali, da una popolazione indigena già in contatto con il mondo greco. Verso la metà del VI secolo venne costruito un edificio bipartito, con orientamento sud est-nord ovest, verosimilmente un tempietto, e dinanzi a questo un altare. Tra la fine del VI e gli inizi del V secolo, il tempietto fu abbandonato e costruito un edificio, del quale si ignora attualmente la funzione, che inglobò l’altare. Nel IV secolo l’acropoli cambiò destinazione, e da area di culto divenne sede di una guarnigione militare, protetta dal piccolo muro di fortificazione; furono costruiti a quel tempo sia il lungo e stretto edificio di pietre a secco, articolato in sei ambienti, cioè la caserma, sia l’edificio a grossi blocchi squadrati, che è da considerare una torre di avvistamento costruita con materiali provenienti dalla distruzione del tempietto arcaico e di un altare simile a quello ancora oggi esistente; più tardi, ma sempre nel TV secolo a. C., alla caserma venne annesso un portico pilastrato sul lato sud. I lavori effettuati nella necropoli hanno restituito oltre trenta tombe: a fossa terragna, ad enchytrismòs (inumazione entro giara), a sarcofago, "alla cappuccina", a pianta circolare e a camera. Notevole la ricchezza dei corredi funerari, databili tra la fine del VI e gli inizi del V secolo a. C., soprattutto nelle tombe "alla cappuccina" che contenevano parecchi oggetti di importazione, come vasi tardo-corinzi e attici a figure nere ornamenti di bronzo e d’argento e statuette. Nelle sepolture a camera, invece è stato rinvenuto il maggior numero di oggetti di produzione indigena: anfore, scodelle e brocchette trilobate tipo Licodia Eubea, insieme ad alcuni skyphoi e kothones di imitazione o di importazione e una notevole quantità di coppe ioniche. Dal 1987 l’indagine è stata estesa anche all’area dell’abitato, dove, a poca distanza dall’acropoli, sono stati trovati i resti di un imponente edificio a blocchi di cui, al momento, non è possibile precisare la destinazione. Purtroppo, però, da allora sono state condotte solamente tre brevi campagne di scavo; e ciò nonostante la zona sia passata sotto la giurisdizione della Soprintendenza di Caltanissetta, la cui istituzione, nel 1990, aveva fatto ben sperare circa l’incremento dell’attività di ricerca nel sito. I dati finora raccolti sul monte Bubbonia sono molti e di primaria importanza. Altri potranno essere raccolti nel prosieguo degli scavi, la cui ripresa è fondamentale non solo per la storia del sito e del retroterra geloo, ma anche e soprattutto per la conoscenza delle popolazioni indigene che abitarono la Sicilia centro-meridionale. Allo stato attuale delle conoscenze è, comunque, possibile affermare che alla fine dell’VIII - inizi del VII secolo a. C. cominciò a svilupparsi sul monte Bubbonia un nucleo abitato, forse limitato alla sola acropoli, dove l’esistenza di oggetti di imitazione o d’importazione greca denota precoci contatti con i colonizzatori; ma è nel corso del VI secolo, archeologicamente attestato in tutte le zone fino ad oggi esplorate, che il sito assunse l’aspetto di un centro indigenoellenizzato. Nel V e nel 1V secolo, la città continuò probabilmente ad esistere, e alla fine del IV divenne sede di una guarnigione militare che si installò sull’acropoli. La costante presenza di reperti indigeni, la loro notevole quantità rispetto ai materiali di tipo o di provenienza greca e la fedeltà ad alcuni elementi tradizionali, quali la predilezione per i seppellimenti plurimi o l’uso di determinati tipi vascolari, sembrano chiarire, in relazione al nostro sito, i limiti ed il significato del termine ellenizzazione. Il centro, sebbene precocemente in contatto con la cultura greca, rimase - a nostro avviso - sempre indigeno: continuò, cioè, ad essere abitato da genti che non rinunciarono mai alla loro identità e tradizioni, specie a quelle più salde perché connesse alla sfera funeraria e religiosa; e ciò anche quando, nel VII secolo, furono politicamente dipendenti o forse militarmente sottomesse ai Greci. L’assorbimento della cultura greca non fu totale, ma limitato agli aspetti esteriori e più appariscenti, oltre che a quelli più utili. Una prova, benché limitata all’ambito funerario, sembra essere costituita dal fatto che - nonostante l’adozione di tipi tombali greci e la spiccata predilezione per gli oggetti di produzione o di imitazione greca - in ogni corre-do funerario rinvenuto a monte Bubbonia sono sempre presenti due oggetti tipicamente indigeni: una ciotola monoansata e una brocchetta trilobata, spesso posta dentro la prima; un elemento rituale, certamente legato alle necessità del defunto durante il viaggio e la vita ultraterrena, così profondatamene radicato che nessuna moda o influenza culturale riuscì ad intaccare. Il dato più importante, in rapporto all’ethnos o agli ethne che ebbero sede a Bubbonia ed ai primi contatti intercorsi col mondo greco, è fornito da alcuni corredi funerari databili - come alcuni reperti dell’acropoli - tra la fine dell’VIII e gli inizi del VII secolo a. C. Gli oggetti mostrano, almeno inizialmente, una mescolanza di tipi derivati sia dall’orizzonte culturale occidentale sicano, sia da quello orientale siculo, e successivamente, nel corso del VII secolo, il graduale passaggio alla sfera sicula. Una tale situazione dimostra che, in quest’epoca, la frontiera tra Sicani e Siculi è da cercare proprio nella zona a settentrione di Gela e sembra confermare la tesi secondo cui, agli inizi del VII secolo, era ancora in atto la conquista sicula della Sicania, che si concluderà nello stesso secolo. La posizione strategicomilitare di monte Bubbonia dà ragione della necessità della sua conquista da parte sicula, o forse siculogreca. Il possesso del sito, posto a controllo della piana di Gela, allo sbocco di una serie di valli che, da Lentini e Pantalica, permettono da una parte l’accesso al mare di Gela, dall’altra alla zona di Piazza Armerina ed Enna, ovvero di Morgantina e Realmese, dovette interessare sia i due ethne indigeni, sia i Greci. E verosimile, come abbiamo già sostenuto altrove, che la lotta tra Sicani e Siculi possa essere stata influenzata dai nuovi venuti, anch’essi interessati al controllo dell’entroterra; ed è senz’altro possibile ipotizzare una generica alleanza siculogreca in funzione antisicana, data la coincidenza degli interessi. I Greci intendevano penetrare. soprattutto per motivi commerciali, verso l’interno, e i Siculi sfondare verso ovest in direzione delle terre sicane. Allo stato attuale delle conoscenze, però, siamo nel campo delle possibili ipotesi, che pure bisogna prospettare; ipotesi che, per essere confermate o smentite, hanno assoluto bisogno dell’indagine archeologica. E necessario continuare le ricerche sull’acropoli per definirne con certezza la storia urbanistica, ed è altresì indispensabile estenderle alle altre zone monumentali appena identificate o saggiate, e soprattutto all’area urbana. Soltanto attraverso una precisa indagine nell’abitato si potranno acquisire gli elementi per tentare di rispondere ai tanti interrogativi e chiarire il ruolo avuto agli albori della storia dell’Isola dall’anonimo centro sul monte Bubbonia, che non è improbabile sia da identificare con l’antica Maktorion, il centro indigeno a nord di Gela citato da Erodoto. |