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Una terra generosa di Salvatore Scuto |
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Percorrendo le strade della Sicilia centro-meridionale, strade antiche che corrono sugli spartiacque spalancando orizzonti infiniti, una presenza incombe su tutte: il picco aguzzo di monte Formaggio, straordinario segnale paesaggistico che da decine di chilometri svetta solitario ben al di sopra delle plastiche colline dai dolci contorni e delle aspre serre dell’altopiano gessoso-solfifero. Chi fosse mosso dalla curiosità, cercando con pazienza le stradine che vi conducono (la più spettacolare è la Piano del Gallo, che parte dal bivio Vigne Vanasco tra le strade "statali" 190 e 191), verrebbe ampiamente ripagato dallo spettacolo di questo pachiderma geografico, con quella sua forma che sembra sfidare la legge di gravità. La frana colossale del versante meridionale della montagna, mentre evidenzia il giovane contesto geologico, misura esattamente la forza della natura. Sul pendio occidentale un’ampia radura, risparmiata dagli eucalipti, conserva i mandorli delle colture tradizionali: verdissimi in aprile; nuvole rosa a cavallo dell’equinozio. Un sottobosco fitto di ampelodesmi (‘a hama) e di palme nane ricopre il terreno; dove ad una svolta della strada si affaccia improvvisa la Storia, con le forme di un fontanile settecentesco dal frontone monumentale. Il versante baciato dal sole affonda le radici nel fiume che delimita un terrazzo fluviale fittamente coltivato. A nord, Mazzarino si dispone a cavea sul pianoro al limite della valle del Braemi. Il dialogo città-campagna è immediato e diretto. Qui i segnali del costruito: i campanili luccicanti di maioliche, le cupole, la mole della Chiesa Madre, la torre del castello, il nuovo tiburio di Santa Maria di Gesù. Là, tra i segnali della natura, ancora le stazioni dell’uomo, in una campagna fortemente strutturata da secoli di lavoro; le ville dell’ Ottocento, ora neoclassiche, ora neogotiche, coi loro propri segnali: cipressi, palme, araucarie; le massene stereometriche; le case di campagna, a volte piccoli parallelepipedi, altre volte compagini di volumi accatastati secondo l’andamento delle fortune delle famiglie: una nuova coltura o nuovi figli. Scendendo per la "statale" 191, verso Butera, la sommità di un poggio è segnata da villa Alberti, che attira lo sguardo per il curioso tetto a pagoda della loggia. Il fabbricato presenta un grande corpo rettangolare con due ali sporgenti che disegnano una corte. La villa, articolata su una preesistenza edilizia di minore entità dell’attuale, trova una definitiva sistemazione nell’Ottocento quando, soprattutto con la sporgenza delle ali e la bella loggia, assume il carattere residenziale della villa in campagna. La generale semplicità del disegno evidenzia in più parti la mano dell’ignoto. esperto architetto: gli occhi che illuminano la scala al centro della parete nord, il delizioso trattamento neogotico delle finestre della loggia, e sopratutto la copertura a pagoda della 1oggia stessa. che ripete, a Mazzarino, il fortunato prototipo delle Palazzina cinese della Favorita, a Palermo. All’interno, le ampie volte a padiglione propongono voli di rondini, tralci fioriti e paesaggi agresti. Lungo lo stradone per Riesi, sulle alture di fronte ad uno dei tanti laghi carsici dell’altopiano, ora coperto di vigne, ancora i pagliari raccontano favole antiche. E ricca la campagna di Mazzarino, vissuta in ogni angolo. In questo lembo estremo del Val di Noto l’albero da ombra conserva il diritto di esistere; pini ricoprono colline, e non quelli dei rimboschimenti recenti; gruppi di cipressi occhieggiano da valli e pianure; esplosioni di palme si affacciano dai recinti delle masserie o proteggono poveri ripari. Del resto, già Vito Amico, alla metà del Settecento, encomiasticamente scriveva: «Amplissimo è il territorio e dovunque si semina e si miete, ricchissimo in pascoli nutre numerosi armenti abbonda in vino, olio, frutti, finissimo mele, ortaggi, non manca di altre produzioni necessarie alla vita o che ne formano le delizie». Sembra quasi un passo del grande geografo arabo del Medioevo, Edrisi. Lungo la valle del Gela, di fronte a monte Formaggio, che un’erta rupe di gesso riproduce in miniatura, sono i ruderi del castellazzo di Grassuliato. In cima al sasso, un salone con volte costolonate si propone in sezione. Spudorata esibizione di un interno destinato a rimanere nascosto agli sguardi. Grassuliato evoca eroici fantasmi: i Lombardi al seguito dei Normanni, gli Aleramici, le lotte dei Baroni, gli eccidi dei Musulmani, l’esito del casale fagocitato dalla fondazione di Mazzarino, i Lancia. Su tutti, il fantasma di Federico che incombe; Federico e Bianca, che la tradizione popolare vuole teneri amanti al castello di Grassuliato. Risalendo il corso del fiume, dopo burroni e vallate malamente rimboschiti, si apre l’ampia valle di Soflana. I ruderi delle Terme; la basilica; i cimiteri cristiano ed ebraico. Siamo poco a valle della Villa del Casale, in un territorio senza tempo che coniuga carciofi e archeologia, pascoli e necropoli, frutteti e gioielli bizantini (conservati al Museo di Gela). Ancora più ad oriente, sullo spartiacque degli Erei, c’è monte Bubbonia, così descritto da Paolo Orsi agli inizi del Novecento: «Una imponente elevazione a corpo piramidale oblongo... che si erge coi larghi ed erti fianchi, come un enorme bastione fra due dei tanti anonimi affluenti del bacino idrico del Gela... I fianchi del Bubbonia sono erti e profondi a mezzodì e a ponente, meno a settentrione e levante donde si doveva accedere in antico come oggi alla vetta...». A nord dell’abitato, affacciandosi dal castello (‘u Cannuni), dalla grande torre angolare - si apre la valle del Braemi. E la vista spazia da Barrafranca a Pietraperzia a Enna; fino alle azzurre Madonie e all’Etna. In fondo alla valle, il petrolio di Mazzarino:-i peperoni. Rossi, gialli e verdi. I colori di chi ancora crede nella terra. E si preoccupa per le rese sempre più scarse e le difficoltà di una efficiente e moderna rete irrigua. Già, perché si ha un bel dire sugli straordinari paesaggi che contornano questa città. Ma alla fine il problema rimane quello della ricerca di una dimensione economica che può fondarsi solo sulla terra, per evitare lo spopolamento dopo il crollo demografico del dopoguerra e la sempre maggiore perdita di funzioni territoriali. Mazzarino, che fu capitale degli Stati di Butera. Che un illuminato -o un pazzo - pensò di plasmare in utopia, prima che il terremoto del 1693, facendo tabula rasa di Occhiolà, determinasse l’avvio del progetto di suprema città ideale a Grammichele: quel Carlo Maria Carafa, sul quale piombò il piccolo impero dei Branciforte, Barresi e Santapau, che nella seconda metà del Seicento cambiò il volto e la dimensione della città; operando come il chirurgo nel corpo dell’abitato per piegare il costruito entro la propria idea di signoria; per strapparla al provincialismo, reimmettendola, ove mai ci fosse stata, nel circuito della società moderna. Mazzarino, che dopo la morte del principe e di sua moglie Isabella, non fu mai più centro di alcunché, e che oggi non sa bene - non sa ancora -quale direzione percorrere verso il futuro. Con una quantità eccezionale di edifici monumentali. Con una qualità singolare dell’edificato urbano e rurale. Con una agricoltura preziosa che conserva, come indotto di altissimo valore aggiunto, la bellezza dei paesaggi. Con un territorio enorme che copre l’arco geografico dal Salso al Gela. Con potenzialità notevolissime che non riescono, però, a trovare momenti di concreta attuazione. Tra gli orti irrigui a valle dell’abitato, perduta fra le terrazze di piccole lenze di terra perfettamente livellata e innervata dai canali che escono dalle gebbie, c’è la chiesa del Salvatore. Bisogna cercarla percorrendo sentieri appena tracciati tra zucchine e finocchi. Una chiesetta rurale abbandonata che mostra i vestiti di cento rappezzi coprire in parte le meraviglie tirate su dai murifabbri svevi. Sorprese non rare in un territorio come questo, che richiede un livello di conoscenza più simile all’avventurosa esplorazione di posti dei bambini che l’occhio distratto del viaggiatore, che apprezza solo i grandi panorami e le piccole cose ai margini delle strade percorse. E grande, la Sicilia. Più di quanto si immagini. E tra gli Iblei, l’Etna e il Val di Mazara c e una plaga indistinta e imprecisata che chiamiamo Sicilia centro- meridionale, percorsa al centro dal Salso e che si estende dal Plàtani al Gela. È la Sicilia dello zolfo e del frumento - ‘u lavuri -‘ dei mandorli che punteggiano le coste delle colline. E quella meno nota e più aspra. La Sicilia che conserva tra altri gioielli, quello - splendido - di Mazzarino. |